La prima sensazione che coglie il lettore di fronte ai componimenti di Cristina Spinoglio è suscitata dalla musicalità, gestita con perizia tra il rincorrersi di rime, di allitterazioni, di ritmi, che creano un’atmosfera, entro la quale connotare i testi. La poetessa non si lascia affascinare dell’equivoco novecentesco del verso libero che ha permesso il proliferare di ogni sorta di espressione, quasi sempre prive di ogni sensibilità musicale.
La seconda sensazione va ricercata nel tema di fondo: l’essere umano possiede la capacità di “vedere oltre il vetro”, di affondare lo sguardo oltre l’apparenza, oltre il sensibile, oltre il percettibile. Si richiede soltanto un ritorno in se stessi (Redi in te ipsum: in interiore homine habitat veritas, sant’Agostino) per amplificare la capacità di espandere lo sguardo.
Colazione in esilio
Di questo paese
non faccio parte
e mi ritiro.
Ammiro
gli oggetti immobili,
il miele biondo oro,
il ghirigoro
sul vetro azzurro della tazza
a colazione.
Un ghirigoro rosso,
composta di lampone.
Un cespuglio di bosso
sul balcone.
In vaso il basilico
appassisce,
svilisce piano.
Il vento impazza.
Svolazza
come carta bagnata
il bianco panno.
è passato un anno.
Me ne sono andata.
Volevo ritornare,
ma non posso
e il ghirigoro rosso
del lampone
ricreo a colazione
in questa terra altra,
in quest’altro paese.
Mese dopo mese
lontana.