Una chiacchierata con Franco Loi rappresenta un viaggio nello spinto in luoghi oggi poco visitati, come la compassione e la solidarietà, la memoria del passato e l'affetto per le piccole cose quotidiane, le care abitudini che aiutavano a vivere. Scrittore forte e umano, nato a Genova nel 1930 da padre sardo e madre emiliana, Loi è oggi tra i più grandi poeti italiani viventi, anche se la lingua in cui si esprime è il dialetto milanese, mescolato a neologismi e a vocaboli arrivati con l'immigrazione del dopoguerra. In libreria è da poco arrivato Lader De Dieu (Quando Dio Canta) pubblicato da Giuliano Ladolfi, l'ultima sua raccolta, sessanta poesie in milanese con la traduzione italiana. un libro che invita a interrogarsi e a rallentare. «Il Ladro di Dio sono io, e tutti coloro che non aderiscono alla Chiesa Cattolica ma hanno un continuo rapporto con il mistero delle cose. Non possiamo dare una definizione logica della divinità, ma l'arte ce la fa avvicinare e sentire.
Di nascosto ci diamo l'idea di Dio, tutti possiamo farlo, ma spesso attraversiamo le cose senza vederle» dice Franco Loi, che debuttò nel 1975 con il poema Stròlegh pubblicato da Einaudi e prefato da Franco Fortini.
«Molti intellettuali e letterati si professano atei, e poi magari sono superstiziosi, credono al malocchio dei gatti neri e non passano sotto una scala aperta, mentre la gente più umile spesso è in contatto con Dio senza saperlo, perché va diritta all'essenza delle cose». -E il poeta ricorda una lontana visita a padre David Maria Turoldo:«Mi disse: “Vedi, sono stato poverissimo, la mia casa non aveva nemmeno la cappa del camino, mangiavamo per terra per avere un po' di calore. Non è la povertà la disgrazia maggiore, ma la ricchezza, perché chi più ha più vuole e così facendo perde la solidarietà. mentre la gente umile è piena di fiducia verso il prossimo”».
Franco Loi lavorò a lungo anche per la RSI, per la quale curò trasmissioni sulla letteratura e sul costume e realizzò interviste in studio:« Mi portò a Lugano Vittorio Sereni, presentandomi Eros Bellinelli che allora, mi pare fosse il 1976, era a capo della cultura alla radio. Avevo frequenti rapporti con gli scrittori ticinesi, Giorgio e Giovanni Orelli, con il grigionese Grytzko Moscioni, ma soprattutto con il poeta dialettale Fernando Grignola, di Agno, autore di splendidi versi e a cui scrissi una prefazione.
Allora c'era un contatto più stretto tra la cultura italiana e quella ticinese, uomini come Dante Isella e Reno Bianconi ne alimentavano gli incontri». Fu proprio Isella il primo ad accorgersi del poeta Loi, recensendo positivamente alcune poesie di Stròlegh uscite nell'Almanacco dello Specchio Mondadori: «A lui devo la conoscenza di Delio Tessa, me ne parlò a lungo come di un importante protagonista del '900 letterario. Allora lavoravo all'ufficio stampa Mondadori, dove conobbi Ungaretti e Hemingway, ma il ricordo più bello è per Arnoldo, un uomo che mantenne sempre un grande rispetto per i dipendenti e un amore sviscerato per i libri, tanto da portare personalmente i nuovi assunti allo stabilimento di Verona e mostrar loro come si facevano».
Poi l'incontro con Vittorio Sereni, che Franco Loi ha ricordato in un testo per il libro Un posto dì vacanza - luoghi di una poesia in cui il fotografo varesino Carlo Meazza ha documentato con splendidi scatti in bianco e nero il paese di Bocca di Magra, dove il poeta luinese trascorreva lunghi periodi estivi.
«Quando lo conobbi, avevo letto soltanto i grandi classici, Omero, Ariosto e Tasso, e Sereni mi chiese se scrivessi poesie. Al mio no, rispose solamente "meglio così" e non se ne parlò più. Lui però aveva antenne dappertutto, e così qualche anno dopo venne a sapere che le poesie nel frattempo le avevo scritte, cosi mi chiese di poterle leggere e gli pollai alcuni brani di Stròìegh. Quando lo rividi, mi abbracciò piangendo e mi disse: "certe poesie su Milano avrei voluto scriverle io" il più bel complimento che potessi ricevere».
Da allora Loi non è mai venuto meno al suo credo, quello di dar voce ai diseredati, agli sfruttati, attraverso un linguaggio a volte fortemente espressionista, altre più lirico e meditato, comunque ritmato e spesso grottesco. «La poesia è la strada verso la conoscenza di noi stessi, il nostro inconscio, infatti, "sa" più di quanto noi sappiamo coscientemente. Dante diceva: "Io sono uno me stesso, quando l'amore mi spira, io vo' significando”, e Leopardi sosteneva che il poeta dovrebbe sempre ascoltare il popolo quando parla, perché più vicino alla natura e privo di logica. La poesia va trasmessa oralmente, i suoni sono importantissimi, come la cultura di chi scrive. Oggi sono in tanti a buttar giù versi, ma occorre sempre studiare e migliorarsi, non basta la facilità di espressione».
Mario Chiodetti
Corriere del Ticino