«A seguito di una spiacevolissima vicenda personale che mi ha visto ospite del carcere di San Vittore per oltre cinque mesi, mi sono ritrovato a scrivere un “libro” su quell’episodio di vita vissuta. Ci ho preso gusto e nei successivi mesi ho elaborato altri due “romanzi”». Di sé scrivev così Paolo Titta, nato a Varese il 5 novembre 1967 e che di lavoro fa il dirigente non certo lo scrittore.
Indagine imperfetta (Giuliano Ladolfi Editore, 303 pagine, 20 euro) è uno dei romanzi che Titta aveva in testa. Il libro racconta della “seconda vita” di Renzo Brunetti, quella che si è faticosamente ricostruito a Milano come professore di italiano in un liceo della periferia.
Ma che naturalmente si intreccia con la prima, quando abitava ad Ancona e a soli ventinove anni era già diventato ispettore della Polizia. Una carriera cominciata e finita prestissimo, un maledetto giorno di primavera in cui la sua esistenza era irrimediabilmente cambiata. Una tragedia che gli ha lasciato in eredità tanto dolore a tal punto da farlo chiudere in se stesso per difendersi dai fantasmi del passato, relegandolo a un’esistenza solitaria. Unica compagnia rimasta (e voluta) era quella di Rocky: un boxer di oltre sessanta chili di muscoli.
Con l’inizio dell’anno scolastico il mondo di Renzo viene però invaso dai problemi di Marcella, Andrea, Luca, Barbara, Sergio, Beatrice, Edoardo, tutti studenti della prima F, la sua nuova classe. E insieme a loro, a scombinare la vita di Brunetti ci pensa anche la collega di inglese: Daniela, all’inizio invadente, una di quelle che parlano talmente tanto da non lasciarti respirare, una di quelle che proprio non riesci a levarti di torno, una di quelle che poi, piano piano, diventano più di semplici amiche e colleghe.
Saranno i problemi giovanili dei suoi studenti, le complessità dei rapporti umani che il lavoro gli mette davanti, e una serie di accadimenti drammatici che lo riallacciano alla sua “prima vita”, a cambiare in modo radicale l’esistenza di Renzo. Il professore solitario sarà riportato verso un’esistenza meno ostile ai sentimenti, a riappacificarsi con se stesso, con quello che era stato e che, inevitabilmente, è ancora.