Non ha ancora diciotto anni, Marina Cvetaeva, quando scrive i versi che compongono Album Serale. Sara il primo libro pubblicato nel 1910 a Mosca - di una poetessa di prima grandezza, costretta dopo la Rivoluzione a peregrinare per il mondo, fino all'esito tragico e ammutolente del suicidio.
Si tratta di versi intrisi di un sonnambolico intimismo, fusi con paesaggi più interiori che reali. E soprattutto sono vere e proprie prove di voce. Una voce che sfrutta le tenebre notturne per dotarsi di un coraggio espressivo che all'alba è destinato a scomparire: «ll tuo ardente delirio, indorato di lamiere rosa/ Apparirà risibile al mattino. Non lo senta l'alba!/ Apparira al mattino un saggio, un arido studioso/ chi a notte fu poeta».
Ma l'album - scandito in tre sezioni: infanzia, Amore, Solo ombre - è per l'appunto più serale che notturno. La notte è più presentita che descritta: «Abbu ia... sento sbattere le imposte,/ sopra ogni cosa è prossima la notte». Eppure è in agguato un po' dappettutto; questi versi sono colmi di presagi, e non credo sia solo il senno di poi a farci scorgere in essi anche l'arrivo della Rivoluzione.
Chi ha occhi come la Cvetaeva, antivede. E non si tratta solo di visioni del mondo circostante; si tratta soprattutto di raffigurazioni oniriche di se stessa: «lo voglio tutto: con anima di zingara/ lasciarmi andare a scorribande e canti,/ per tutti patire al suono dell'organo,/ da amazzone scagliarmi nella mschia». Dobbiamo ringraziare Paola Ferretti se oggi possiamo leggere in italiano Album serale.
E merito di Paola Ferretti se leggiamo in italiano «Album serale».
È lei che, insieme a Giuliano Ladolfi Editore, si è presa cura di questi versi, traducendoli e introducendoli. Ha provato a rendere «l'impulso ritmico dell'originale», usando soprattutto l'endecasillabo, «seppure con frequenti irregolarità».
Nel suo saggio introduttivo, la Ferretti definisce l'intero album come «una successione di congedi». E non si tratta solo di congedi da singole cose o realtà o persone: si tratta anche dei congedi di ogni singola sezione del libro rispetto alle precedenti. Non è dunque un caso che l'ultima parte si intitoli Solo ombre: «Converserò con l'ombra, mio diletto./ Dimenticare non è mio potere./ E immoto il tuo sembiante, nel rifugio/ delle mie palpebre abbassate». È incredibile come gia in questi versi giovanili, Cvetaeva individui nell'ombra il proprio stemma esistenziale: «Sotto questo segno - scrive Ferretti prenderanno corpo le infatuazioni più intense e poeticamente fruttuose, quelle per Blok, Pasternak, Rilke. L'amore predestinato dal sogno e incoronato dall'ombra», che corrisponde a un significativo e drammatico passaggio di status: da «amante a quello di chimera».
«Pronuba vi fu l'ombra in questa vita, / e solo le ombre vi saranno sacre»: ecco altri due versi, che compaiono quasi in chiusura dell'Album, a sancire un percorso fitto fitto d'immagini; immagini che a sua volta si sono formate abbeverandosi visivamente al lavoro di pittori come Goya, ad esempio.
Album, dunque, non solo d'ascoltare, come si ascolta un disco; ma anche da vedere. D'altronde, la poesia ha sempre praticato l'arte di vedere usando le parole. E come poteva sottrarsene una poetessa della forza di Marina Cvetaeva, sia pure ai suoi primi versi?
Silvio Perrella
Il Mattino