"Il mondo è più grande di quanto stabilisce la logica dell'identità per cui ad ogni parola corrisponde un preciso significato".
Sono parole di Francesca Bonazzoli, critico d'arte del Corriere della Sera che firma la postfazione della nuova raccolta poetica di Giuliana Rigamonti. Parole che sono la risposta ad una precisa domanda: perché la poesia, genere così antico, continua ad attrarci?
Esiste una risposta universale, qualcosa che deve avere a che fare con un'innata necessità in ognuno di noi di scorgere un sovrappiù di sensiin ciò che leggiamo e una risposta, invece, particolare, tagliata proprio sull'attività di questa signora di sfolgorante bellezza, scura e luminosa ad un tempo, che scrive del silenzio che sa ascoltare, che conosce e frequenta l'ombra dentro di sè e la luce accecante del deserto o il buio delle tombe dove la portano le sue " campagne d'Egitto". Forse il fatto che Giuliana rigamonti sia un autorevole esperto di geroglifici - scrive Bonazzoli - ha qualcosa a che fare con la sua capacità di usare i simboli, di riuscire a parlare delle "dieci più due vite delal pioggia" o della "danza lunga quanto il serpente della sete".
Anche "Il ciliegio dei baci rossi" come già nella precedente raccolta "L'acino della notte" (Scheiwiller, Superpremio del 50° San Domenichino nel 2009) si dipana per capitoli "di una storia poetica che si aggruma intorno ad esperienze vissute e conservate in quel 'nido d'ombra' che è il cuore", scrive Laura Novati che ha curato la prefazione de "Il ciliegio dei baci rossi": "sono appuntamenti dell'anima piuttosto che il rosario dei giorni della vita quotidiana".
Ecco così la Sondrio dove vive, le vigne, la neve ma anche il mare, e la luce dell'isola amatissima, Pantelleria, e il giallo oro della terra d'Egitto, un richiamo potentissimo. Un altro luogo del cuore, per il cuore.
Ecco gli affetti, la vita che scorre, scarta e riprende quota quando "scoppia la primavera". Sono "baci rossi" che arrivano.
Sara Baldini
La Provincia Settimanale