LEGNI - Nota critica di Ninnj Di Stefano Busà

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di Ninnj Di Stefano Busà

Ha come titolo “Legni” questa raccolta di Paolo Pistoletti, non di cemento o ferraglia, entrambi duri, compatti, con forza d’urto inesorabile talvolta. Qui la metafora è evidente, il linguaggio è rivolto ad una componente morbida, quasi duttile: si piega, entra come emblema di un qualcosa che è in essere a prescindere dalla nostra natura di umani particolarmente ostile. É una rappresentatività simbolica che ci orienta a vedere in questi versi una fede palese o latente che ci indica un percorso, un tragitto, resi al massimo da taluni referenti in ombra, non del tutto dichiarativi, quanto e non più di una matrice etico morale che la contraddistingue: un quid per dirla alla Kierkegaard che traspira dal verso.

 

 

Il legno per Paolo Pistoletti è la metafora forte che ne rivela e più propriamente ne caratterizza la mobilità, il movimento ascensionale. Quasi in sordina si affaccia e si contrae, si dichiara e si defila nelle pieghe del nostro materialismo sterile, riduttivo e/o rappresenta il nostro piccolo quotidiano, l’orizzonte personale che ingombra di detriti l’anima e la storia di ognuno.

Un lavoro incipitario dei più riusciti quello dell’autore, intento all’attraversamento esistenziale e, sorgivamente atto a incentivare talune dottrine interiori, catalogandole come bene primario dell’individuo, a compiersi e delinerasi, a proporsi, in ogni frammento, fin quasi a (de)codificarsi in simboli e strutture che mantengono l’arborea simbologia, senza depauperarsi in necessità di secondaria resa individualistica e, (vedi) ad es. “quella luce quando non è nei tuoi occhi” oppure, il felice esito lessicale del più acceso (si fa per dire)... “Si sta qui/ come chi vede la brace nell’aria”. Incomparabile per bellezza stilistica appare questo breve testo, che citerò per esteso, perché mi appare un punto fermo della sua scrittura:

Legno di casa

Conoscere il legno di casa

gli spacchi le età i cerchi

la traccia della resina.

Chiedersi come mai si muove

senza avere vita,

se la linfa veramente manca

dentro tutta questa povertà

che ti guarda

che ti fa ombra

quando il fuoco avvampa

sulle mura o sul tetto

al fumo della cappa

alla fuliggine delle stelle.

Vi traluce un confronto osmotico tra il fuoco e la vampa, tra la linfa e la vita, quasi palpabile. In Esodo vi è connaturato una sorta di messaggio metaevangelico della sua visione filosofico/teologica. Questi versi vanno analizzati con il dovuto rispetto al suo pudore, ma sono, qui, come non mai, il segno esplicito per una sorta di cupio dissolvi.

Eccoli: “da sgranare parola per parola/ fino all’ultimo mistero che poi è ovunque/

più grande di te.”

Paolo Pistoletti è alla sua prima raccolta, (questo va detto per onor di cronaca), ma denota già una sigla pacata e severa, chiara e forte come di chi si appresta a emettere: da filamenti in principio appena avvertibili o isteriliti e timidi, segnali forti e potenti.

Cito da Legni: “non mi ricordo più quante volte si muore, quante stagioni di legni/ ci pesano sulle mani/ prima di rovesciarci il cuore.”

Denso di equilibri semantici e anagrammatici questo libro risulta di una rara sensibilità, quasi coglie linfa e sangue dal proprio corpo che non è estraneo alla smaterializzazione di sé, semmai ne interpreta la materia della rinascenza, quando in Acqua accenna a “quella legna che siamo si è spenta”.

L’attraversamento fisico dell’esistente che (s)fugge ad ogni indagine certa, sembra essere per questo autore un alibi per esibire la vita nelle sue varie sfaccettature, mai astratte.

Si evince una religiosità sotterranea, quasi in sordina, mai dichiarativa o spavalda, che in tono quasi sommesso ci indica una sollecitazione alla fede, un’indicazione all’oltre che si fa esplicita, quando necessita di un sostegno di verità eccelso, come lo può essere un segnale dall’alto, un tracciato forte in direzione di una visione concettuale più esplicitamente evangelica, volta ad una trascendenza via via più netta nella sperimentazione lirica e, fa riflettere sulle ascendenze, corresponsioni e correlativi oggettivi eliotiani, liricamente rivisitata nei versi che non temono l’alta quota.