Stiamo assistendo ad anni di grande disorientamento anche in poesia. La rete, il World Wide Web dove s’invischia in un unico fascio il grano con il loglio, la micro-editoria liberata come un Prometeo post-moderno dall’abbassamento dei costi di stampa e dall’idea insieme decadente e progressiva del “fai da te” riversano sotto ai nostri occhi oberati una gragnola di parole in libertà, con il risultato di mischiare il vento nuovo della poesia con il refolo stantio dei suoi cascami. Le cose stanno così: a promuovere esordi o a definire schemi editoriali - per esempio lo stemma dei “nuovi poeti italiani” - sono quegli stessi critici e/o uffici stampa che continuano a riproporre, in sede teorica, parametri figli del deja vu o comunque generiche, riciclate posizioni.
Dentro a una notte, che molti scambiano per alba, in cui una sempre più ingombrante moltitudine di vacche rischiano di sembrare nere, non è un caso che tutto o quasi tutto finisca in un cortocircuito: i critici, per lo più, vivono di rendita fra giurie ed elzeviri incistandosi sui loro “favoriti”; mentre i giovani poeti e i più furbetti, tecnicamente, spesso, attrezzatissimi, s’affrettano a copiarli per differenziarsene - come a dire, “tutto cambia affinché nulla cambi”. Certo è che la poesia nuova esiste. Ma altrettanto certo è che fa molta, troppa fatica a farsi notare, accerchiata com’è da un flusso clamorosamente emorragico di poesia così così o pseudo-poesia spacciata per valorosa. Diciamolo con chiarezza: molte delle cose più notevoli della poesia contemporanea le abbiamo viste ospitate dall’editoria cosiddetta minore, la medio-editoria o la micro- che ha scarse o addirittura nulle opportunità di dar conto di un’esperienza essenziale coram Ecclesia, se non fra i suoi stessi sodali/fiancheggiatori, fatte salve, naturalmente, le fiumane in foggia di logorrea dei social media.Alla santificazione dei soliti noti e di alcune “nuove proposte” di cui si potrebbe tranquillamente fare a meno, negli ultimi tempi hanno fatto da contrappeso, però, degli ottimi libri di sconosciuti o quasi.
Dovremmo fare dei nomi ma entreremmo in un circolo vizioso. Qui conta solo segnalare la piccola, inappariscente porzione di un insieme di resistenti rappresentato da un librino densissimo e in molti punti luminoso di Maddalena Bertolini, una poetessa trentina che neanche il Trentino stesso, suppongo, sa di avere. Questo librino, che ora ch’è pubblicato si intitola una (così, rigorosamente minuscolo, senza nessuna pretesa di grandezza, con buona pace della moda dei titoli-spiegazione), l’ha fortemente voluto ed estirpato con meritoria cocciutaggine dal computer della sua autrice Matteo Fantuzzi, giovane editor della Ladolfi, nel cui animo resiste, evidentemente, un fiuto particolare per la poesia.
Leggiamone una, delle poesie di quest’una, che ha la sfrontatezza di inseguire senza troppi belletti e nessuna ideologia immagini e svelamenti nel quotidiano della realtà: “il cielo dorme a braccia alzate / quando respira solleva le montagne / e vedi le maree sotto le palpebre. / Tutto è fatto a forma di figlio / la cavità virtuosa che lei si porta dentro / il movimento delle braccia di lui / quando lavorano, lo spazio tra il desiderio / e l’insperato. Tra il primo e l’ultimo vagito”. In soli otto versi pieni di candore, la poetessa ci riporta con naturalezza nel paesaggio dell’esperienza autobiografica, dell’emozione intellettuale e dell’amore materno, rovescio speculare dell’amore filiale, tratteggiano un piccolo “quadretto” antropocosmico nel quale l’ontogenesi ricapitola la filogenesi: e riesce a far tabula rasa della distinzione fra visivo e visionario attraverso la grazia di un piccolo cameo distillato d’essenze atemporali che non importa neanche più ricondurre al fuoco originario di un sentipensiero memore di un’epifania vissuta en plain air (c’è molta poesia di montagna, nella poesia della Bertolini), se è vero, come sottolinea Sarah Tardino nella sua appassionata prefazione, che nella Bartolini la parola “vuole un’assoluta coincidenza fra pensato e creato, fra corpo e terra che è montagna terra di pietra, totem ma anche maschio, marito da afferrare e figlio come foglia e desiderio”.
La Bertolini ci riporta nel segreto della maternità della poesia, senza indulgere ai tòpoi del corpo e dei suoi brani, iceberg sui quali s’incaglia, oggi, molta della poesia femminile. Ma soprattutto torna a vivificare il senso di una tradizione poetica che non ha paura di confrontarsi senza infingimenti con la realtà di tutti i giorni per restituirne un sapido succo ricco di scorie materiche e spirituali, forte di una sua piccola ma irriducibile sapienza creaturale, indicando un’antichissima possibilità ricca di futuro della poesia: aprire gli occhi sulla realtà, anche la più minuta, con il de-siderio dell’infinito. Senza dare ascolto alle sirene che invocano astrattezze e lambiccamenti al servizio di sensi residuali, non all’altezza dell’uomo.
Massimo Morasso
Humanitas Magazine