"Provincia" su Imperfetta Ellisse

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ImperfettaEllisseDi Enrico Barbieri ho già scritto qualcosa (v. QUI), in occasione del suo libro "Il tremore della terra", edito da CFR nel 2014. In quella circostanza avevo espresso delle perplessità, che riguardavano soprattutto una certa discontinuità, e forse timidezza o ritrosia nel dire, che dava un andamento rapsodico al libro.
 
Torno sulla scena del "delitto" con questo secondo o forse terzo libro soprattutto perchè sono convinto che, a differenza di molti, Barbieri nella poesia ci creda, non sia un atteggiamento e nemmeno una mera necessità (concetto quanto mai ambiguo). Dalla prima impressione mi pare che alcuni "vuoti" siano stati riempiti, segno che Enrico qualche riflessione l'ha fatta, e un minimo si è messo in discussione. Vuoti che non erano tanto "orizzontali", cioè determinati da una ispirazione vagante tra le occasioni, quanto piuttosto "verticali", ovvero dovuti ad uno scavo (come si diceva una volta) ancora molto da fare su quella stessa ispirazione. C'era insomma, secondo me, la necessità di andare più a fondo, non solo nel materiale da trattare, ma anche nella stessa scrittura.
 
Credo che Enrico l'abbia fatto, magari prendendo un po' di petto quella materia. Ricordo che tra i commenti al post del febbraio scorso, Davide Castiglione aveva accennato, tra le altre cose, a un certo "maledettismo un po' autoriferito", cioè, se avevo ben capito, qualcosa di "posato", una rabbia un po' torva ma "da poeta" nei confronti di un dolore ingiustificato, immeritato e  dalla responsabilità generica e sfumata. Per la verità non ne avevo visto molto, in quel libro, forse perché Barbieri non ce l'aveva messa quella rabbia (ma una "rabbia di razza", come dice adesso), o non ne aveva messa abbastanza. Ma credo che anche in quel caso si trattasse semplicemente di una ritrosia non ancora passata all'esame di un più consapevole lavoro poetico. 
 
La verità è che nessuno, davvero, ha un'idea chiara del reale vissuto di un autore, a meno che non ci si metta a fare un lavoro d'indagine che nessuno oggi fa più. Difficile dire, alla fine, se quello che ci colpisce è la "verità" o solo qualcosa di ben recitato (non dimentichiamo che Barbieri ha anche esperienza teatrale). Resta il testo, e la lingua con cui è scritto. Che poi tutto si riporta alla  lingua, che deve essere personale (e quella poetica più che mai), e a ciò che da essa traspare. Dico questo perché, a differenza del precedente, in questo libro mi pare di vedere una diversa cognizione, una messa a fuoco del cosa e del come, in altre parole una misura. Che non smorza però la vis, la nota dolorosa ma non dolente, il sentimento della mancanza di senso in molti accidenti della vita, l'incapacità di salvezza per sé e per chi si ama e anche l'incazzatura, questa sì, per una realtà sociale sempre più disfatta, una provincia pavese che non è solo geografica ma anche specchio di una marginalità dell'individuo, di una provincia dell'anima. In effetti non c'è distanza, a ben vedere, tra le tematiche che impregnano questo libro, che brevemente individua Giulio Greco nella prefazione, tra la dolorosa ma quasi rassegnata osservazione della moglie malata (certo i testi più "forti" e commoventi) e quella niente affatto rassegnata dei mali, descritti anche con sarcasmo, della società locale, tra il tratto lirico di certi richiami naturalistici e la descrizione icastica, in funzione di simboli, di personaggi incontrati tutti i giorni. Tutto rimanda alla fondamentale solitudine del singolo, certo esistenziale, ma anche direi come unità politica disorganizzata, o forse consapevolmente anarchica, o di dropout per scelta, a cui la figura dell'autore - "in parte un pazzo in parte normotipo" -  tende a sovrapporsi (ma non voglio certo dire che in lui la poesia sia vita e viceversa). E' in questo senso dilatato che interpreto la "provincia" di Barbieri.
 
Quel che è interessante è che tutto ciò non ha bisogno di circonvoluzioni sintattiche, di torsioni, di ricorsi all'indefinito, di lessico ricercato, né di metri o forme particolari. Il discorso è diretto, anche apodittico, e perciò, per dirla in soldoni,  tutt'altro che crepuscolare, il verso è libero, e la vena mi pare aperta. Se il livello emotivo continua ad essere controllato, come se Barbieri volesse stabilire una superiorità e una distanza "autoriale", mi pare invece che sia stata abbandonata una certa "oralità" di cui avevo parlato la volta scorsa, che questa cioè sia una poesia che non cerca tanto la scena (in senso metaforico) quanto la comunicazione as is, così com'è, senza tante storie, senza stare a cercare tra le tante parole, come gli avevo scritto in privato, quella "giusta", ma senza tuttavia tralasciare di dare un corpo, un nome, alle "cose". Certo, niente di innovativo in una poesia di questo tipo, semplicemente perché non ce n'è bisogno. Ma secondo me ha, più di tanta poesia "civile", una concretezza che un po' oggi si è persa e che è bene ritrovare ogni tanto. E che cerca, come avevo suggerito ad Enrico, di rispondere alle domande: che cosa voglio dire? e come? Che non è mica poco. (g.c.)