Mentre le rondini erano assenti, dal tetto scese a volo un passero, saltò verso il nido, si guardò attorno, agitò le alucce e si ficcò dentro; poi mise fuori la testolina e mandò un pigolio.
Un nuovo secolo si annuncia al mondo che, vissuta la seconda rivoluzione industriale, cambia velocemente e, attraverso le esposizioni universali, celebra il mito della modernità, del progresso scientifico e tecnologico. Nel 1903 il sogno dell’uomo di osservare dal cielo il proprio mondo, che crede di aver finalmente sottomesso, il mito del volo umano, diventa una realtà. Nasce perfino un nuovo sistema di organizzazione del lavoro: il taylorismo. Di conseguenza nasce anche la catena di montaggio ed il movimento dell’uomo prende ad essere scandito dalla velocità della macchine. Il progresso tecnologico produce macchinari sempre più perfezionati e proprio per questo motivo esige la produzione di oggetti standardizzati da replicare in milioni di esemplari: è la produzione di massa, realizzata dalle masse operaie. Il progresso tecnologico trasforma l’originalità della creazione manifatturiera artigianale in prodotto industriale e la rende per sempre solo e soltanto merce, il lavoro artigianale si trasforma in lavoro industriale e ciò lo rende, a sua volta, per sempre solo e soltanto merce.
I mercati delle materie prime assumono perciò una nuova e maggiore importanza e gli Stati si sostituiscono alle compagnie delle Indie nella convinzione di assumere così definitivamente il dominio delle proprie economie. Nasce allora fra gli Stati la competizione per il dominio del mondo e la guerra, che già si annuncia, si tradurrà nella prima grande esperienza disciplinare del genere umano. Il teatro assiste alla nascita di un temibile concorrente al botteghino, nasce il cinema e alla unicità dell’atto scenico, alla sua irripetibilità, che lo rende ogni volta unico e perciò lo rinnova, si sostituisce un nuovo tipo di rappresentazione, che può essere riprodotta, come un tempo era stato con i libri a stampa, in milioni di copie; al consumo di massa, che prende il via, non riesce a sottrarsi quindi neppure l’arte. L’architettura celebra il cambiamento del mondo e la teoria del bello si separa dalla teoria dell’arte, che diviene libera di definire se stessa in base alla sua funzione, viene abbandonata la ricerca estetica, così come la nozione del piacere nell’occhio dell’osservatore, perché l’inurbamento forzato cambia le città. Nasce così anche l’architettura industriale.
All’atmosfera modernista, che necessariamente si genera, non può sfuggire neppure la più occidentale delle città russe, Pietroburgo, dove nei primi mesi del 1900, un uomo già non più giovane tenta di trovare conferma alle prime certezze ottenute attraverso un lungo e doloroso tirocinio su se stesso, lungo il quale è ormai trascorsa buona parte della sua gioventù: l’accettazione di sé, della propria omosessualità. Ha già conosciuto quel senso di crudele frustrazione che nasce dalle sconfitte nel tentativo di coniugare la propria identità con l’educazione che gli hanno impartito i suoi genitori, che aderiscono al movimento dei Vecchi Credenti; la sua sconfitta si è conclusa con un tentativo di suicidio. Su consiglio medico, ha allora compiuto un viaggio lontano da tutto ciò che conosce e con cui non riesce a conciliarsi in Egitto ed in seguito in Italia, ma poi, travolto ancora da una nuova crisi mistica, da un’impossibile accettazione di se stesso, ha intrapreso un nuovo romitaggio presso le comunità dei Vecchi Credenti, in cerca di improbabili risposte. Infine ha scoperto l’arte come mezzo attraverso il quale riscattare se stesso e finalmente scoprirsi uomo nuovo: l’arte come salvacondotto verso la propria identità ed il mondo. Tornato dunque a Pietroburgo, trova il proprio mentore in Val’ter Nuvel’ e in lui la propria strada verso il Miriskusstva e, nella sintesi delle diverse arti, lui che è musicista e al tempo stesso scrittore, approda, finalmente conciliato a se stesso, in un mondo al quale sente di poter appartenere.
Gli ambienti che comincia a frequentare sono una sintesi della vivacità culturale, annunciata dal secolo che nasce. Il mondo si popola così per lui di nuove visioni, scosse emotive, caos creativo di un pastiche modernista, che tutto sembra travolgere. Il piano spazio-temporale si annulla pian piano in un presente, che riesce ad essere tempo della vita solo perché vissuto in una dimensione sospesa su di un passato, che è motivo della creazione artistica ma anche di comunanza e perciò di convivialità nei circoli intellettuali pietroburghesi, che rifiutano il grigio conformismo borghese e profumano della tolleranza e della libertà che lui ha potuto raggiungere soltanto nella sua seconda patria, dalla quale non riuscirà, lungo tutto l’arco della sua vita, a separarsi. Il cui nome equivale al canto di una madre « suona all’orecchio il nome tuo, tre volte beato: Alessandria! » Così quest’uomo, già non più giovane, nell’ambiente anticonformista degli artisti pietroburghesi trova salvezza all’orrore di un mondo che sembra rifiutare la categoria del bello, alla massificazione della vita e dell’arte, alla gretta mentalità borghese, gerarchica e conformista. La teoria del bello, l’estetica, assieme all’eleganza e alla ricerca stilistica nella versificazione come nel linguaggio musicale diventano motivo della creazione artistica e così di una dimensione esistenziale finalmente armoniosa. La sua vita diventa ruggito di gioia per una liberazione troppo a lungo attesa, e lui è infine pares inter pares, come prima aveva percepito se stesso soltanto ad Alessandria. Si scopre amato, gli ambienti intellettuali degli artisti pietroburghesi se lo contendono, il suo lavoro si avvia addirittura ad entrare nella tradizione letteraria russa e così può finalmente nascere il poeta Michail Kuzmin, destinato a lasciare una traccia profonda e durevole nella cultura del proprio paese.
La vivace e stordente vita intellettuale nella Pietroburgo dell’epoca modernista costituisce uno scenario assai prismatico, che sfugge in vivace polemica alla brutalità di un paese cristallizzato nel tempo, che corre rapido verso la propria fine. Kuzmin conosce Mejerchol’d, il Dottor Dapertutto, con il quale avvia una collaborazione, poi Blok, per lui scrive la musica della famosa pièce Balagančik, che è momento costitutivo nel rinnovamento del teatro russo. La sua vita diventa un dolce vortice, alla Torre di Vjačeslav Ivanov, che rappresenta il salotto letterario più ambito del tempo, lui addirittura ha il proprio domicilio. Conosce il poeta Velimir Chlebnikov, che lo stima, è ammirato ed amato; Marina Cvetaeva ricorderà che in lui «Non vi era affettazione: vi era un’eleganza naturale […], una manieratezza innata. » Michail Kuzmin diventa il simbolo prezioso della raffinata cultura degli ambienti artistici pietroburghesi, che della propria alterità ha fatto il fascino stordente del quale il suo mondo non riesce più a sfuggire in nessun modo la suggestione.
La ricostruzione della complessità psicologica di Michail Kuzmin, che non può non riflettersi nella poliedricità della produzione artistica di un maestro che riesce ad assommare in sé le qualità del poeta e del compositore musicale, del narratore e del saggista, del teorico della letteratura e del fine traduttore, costituisce operazione ampia e dall’esito affatto scontato. La ricerca analitica di tutte le sfaccettature che compongono, simile ad un complesso ordito di trame fra loro solo in apparenza liberamente intrecciate, l’identità umana e creativa di Kuzmin, richiede infatti sottile intuito ed una poliedricità di cognizioni altrettanto vasta. In questa complessa operazione riesce il riconosciuto talento di una slavista, Paola Ferretti, alla quale noi oggi dobbiamo il corpus più completo ed approfondito di studi disponibile su Michail Kuzmin.
Nel suo ultimo libro Paola Ferretti ci propone una nuova, sensibile ed attenta traduzione dei Canti di Alessandria, completata da un nuovo saggio critico su questa raccolta kuzminiana, che più d’ogni altra risulta indispensabile per penetrare non solo il complesso ordito che costituisce la teoria della versificazione in Kuzmin, ma anche la genesi della complessa personalità psicologica ed artistica di un maestro, capace di esprimersi attraverso una vasta pluralità di linguaggi. Il lavoro, di grande profondità prospettica, si rivela dunque prezioso per accedere alla lettura di un testo, che ancora oggi conserva intatto tutto il proprio misterioso fascino e la straordinario potere di impatto sul lettore, che viene trascinato in una Alessandria senza tempo, tutt’altro che libresca e museale che, come giustamente evidenzia Ferretti, «diventa dimora del sogno di libertà e di affrancamento da ogni fardello e che respira tra quegli insoliti versi sciolti. Vessillo di ogni levità in poesia, ombra di una serafica voluttà […] (che rivive per noi nda) ospitando la colorita, minuta folla di inquieti adolescenti, scrivani e cortigiane dagli occhi bistrati che popolano i versi […] che sembra scaturire invece dalla viva voce dei suoi abitanti, in un raffinato gioco di rifrazioni tra realtà e immaginazione, antichità e presente, sogno e riviviscenza (nella quale convive nda) l’infatuazione omo-erotica con la rappresentazione dell’amore eterosessuale. » fino ad una rappresentazione finale nella quale, scrive ancora Ferretti, convivono la dimensione storica legata ad Alessandro il Grande e quella dei Faraoni, quella ellenistica e l’Egitto misterico del Flauto magico di Mozart
Negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, una prima ma non durevole adesione al bolscevismo lo consegna nuovamente al suo ruolo di maestro del rinnovamento artistico in Russia, ma ciò gli attira però l’invidia di molti nell’ambiente della cultura, che ha cominciato a rinnovarsi ed a cambiare. L’entusiasmo dell’iniziale adesione al bolscevismo in Kuzmin, come in altri intellettuali che vissero la Rivoluzione, va però via via trasformandosi in dubbio ed infine in distacco. La costruzione del mondo nuovo alla quale aveva aderito, pensando alla costruzione di un nuovo canone letterario, si rivela diversa da come l’aveva immaginata. Pubblica la Dichiarazione di Emozionalismo che lo allontana dai formalisti e l’esito non è quello sperato; nel 1924 Trockij lo definisce un emigrato interno della Rivoluzione. Il ruolo di colto e raffinato dandy, che un tempo gli aveva guadagnato la stima e la simpatia di tutti, ora diventa un peso.
La sua scrittura non viene nemmeno più compresa, perché alla costruzione dei nuovi cittadini di un mondo nuovo il suo profilo intellettuale non è organico e non serve più. Pian piano la sua fortuna letteraria svanisce ed un nuovo violento attacco del Žizn’ iskusstva pone fine alla sua carriera di critico. Kuzmin è diventato uno dei tanti scrittori di un tempo il cui respiro si è arrestato e così viene progressivamente emarginato, dimenticato da un mondo che corre vorticosamente incontro al futuro e non può permettersi alcun tipo di attesa: un mondo nuovo che non può avere altro obiettivo al di fuori della propria costruzione e della propria difesa.
Mentre le rondini erano assenti, dal tetto scese a volo un passero, saltò verso il nido, si guardò attorno, agitò le alucce e si ficcò dentro; poi mise fuori la testolina e mandò un pigolio. Poco dopo una delle rondini tornò al nido. Vi entrò ma, visto l’ospite, emise un lamento, sbatté le ali e volò via. Il passero restava dov’era e cinguettava. D’un tratto giunse a volo un gruppo di rondini: si avvicinarono una dopo l’altra al nido come per dare un’occhiata al passero, e poi ripresero il volo. Il passero, per nulla intimorito, girava la testolina di qua e di là e cinguettava. Tornarono un’altra volta le rondini al nido, fecero qualcosa, e un’altra volta volarono via. Non invano esse erano venute: ognuna portava nel becco un po’ di fango, e a poco a poco turavano l’apertura del nido.
Ancora una volta volarono via e ancora una volta ritornarono, continuando a turare il nido la cui apertura si faceva sempre più stretta, sempre più stretta. Da principio si vedeva tutto il collo del passero, poi solo la testolina, poi il beccuccio e poi non si vide più niente; le rondini lo avevano completamente murato nel nido1. Il poeta dei Canti di Alessandria trascorre gli ultimi anni della sua vita in miseria, mantenendosi con il mestiere di traduttore. Il suo ultimo libro Forel’ razbivaet led, La trota fende il ghiaccio viene ignorato dalla critica, che lo ha ormai emarginato e dal suo pubblico che lo ha ormai dimenticato. Michail Kuzmin muore di polmonite il primo marzo 1936.
Luciano Risa
1 LEV TOLSTỜJ, Il passero e le rondini.