La liturgia del minimo e la vastità del mondo Commento alla poesia di Liliana Zinetti

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Ancora più tracce visibili, ancora più orme incise, più lucentezze e ombre indecifrabili e nette. Ancor più immagini stagliate entro un lessico poetico che, se si fa minimo con i minimi, fragile con i fragili, anche si carica di colori e risorse, si ampia e frastaglia d’immagini che prendono il sopravvento sulla parola e che assorbono, colpiscono, fanno riflettere.

Leggere gli ultimi lavori poetici di Liliana Zinetti, I cipressi di van Gogh (Giuliano Landolfi Editore, Borgomanero 2011, di seguito CvG) e Improvviso il mare (L’arcolaio Editore, Forlì 2012, di seguito IM) è nello stesso tempo sperimentare la doppia felicità del ritrovamento dei topoi  poetici precedenti e della scoperta di un’evoluzione che li rende questa volta ancor più incisivi e precisi. Ritrovare un paesaggio, e ritrovarlo entro una luce migliore, un risalto più netto. Anche concettuale.

 

 

In una nota precedente avevo già messo in evidenza come in Zinetti emergesse la semantica delle cose e degli eventi, congiunta con la consapevolezza dell’insondabilità e provvisorietà della parola poetica e, a ritroso, di quella umana, quotidiana, relazionale. Dialettica difficile e non sinergica, irriconciliata, di Natura e Cultura, di dato esperienziale e orientamento al significato, di cosalità e simbolico, di realtà inspiegabile e di ricerca del suo senso. Impostazione critica che devo ancora una volta confermare per gli ultimi due lavori di Liliana Zinetti.
 
Ma qui, nelle sue ultime opere, Liliana Zinetti sembra spingere al massimo quel bagliore radente, quello stile obliquo ma netto, quei fasci di luce taglienti che enfatizzano le cose reali ma anche esaltano la sintassi di una poesia che riflette e tira le somme, che implacabilmente fa il bilancio esistenziale. Quello di Zinetti è pertanto un dettato poetico che non lascia scampo e che, dopo qualche passo, dopo aver rappresentato la multiforme scena del reale, incalza di domande l’esperienza, interroga le cose, trae conclusioni, deboli nel senso pratico ma forti nel sovra-senso metafisico, alquanto legate a un’esistenziale incertezza. Come avviene, ad esempio in Senza un dove, un luogo, che apre I cipressi di van Gogh (CvG, p. 11, vv. 15-17):
 

Abbiamo troppi senza, somme

senza resto, troppo vento ai balconi

che protende le mani.

 
Sono “versi smarriti nell’inspiegabile”, dove ciò che è significativo e magistrale è la capacità di Zinetti di fondere insieme la cosalità dura dell’esistere, l’emergere tangibile, talvolta sordo e assurdo delle cose, con la vena sottile e leggera della ricerca di un senso superiore, o comunque ulteriore rispetto ad un luogo che ci confonde e forse ci disperde fino a svanire. Si tratta di una poetica dell’aggirarsi, del peregrinare, della ricerca di contatto. Perché è nel contatto che si costruisce il significato. Ed è un contatto che per molti versi è fisico, corporeo, esperienzialmente duro e vicino alla sorda tangibilità degli oggetti. Talvolta è vicino alla dolcezza degli esseri viventi, animali per lo più. Talvolta è prossimo alle sfumature della luce che abbagliano o persino nascondono. Talvolta è un contatto con l’ombra che rappresenta un oltre, un sorpassare le linee del visibile e uno sprofondare nel silenzio che è orribilmente vuoto di realtà ma nello stesso tempo sperabilmente pieno di significati. Questi versi di Zinetti, allora, smarriti nell’inspiegabile, si caricano di scene radenti e di scorci, dove il reale emerge in tutta la sua lucentezza ed equivoca fisionomia di senso. Ed emergono con bagliori metaforici di rara bellezza (CvG, 11, vv. 6-8):
 

Le navi solcano gli oceani

lasciando dietro luci a pezzi, morsi

di buio, la scia subito ricomposta.

 
Si noti qui come il vuoto dei morsi lasci lo spazio al pieno della luce, il negativo dell’assenza permetta il manifestarsi della presenza, la negazione della negazione lasci emergere con retorica maestria il senso del positivo, ancorché provvisorio. È un senso “ultimo” per diversi motivi: perché è destinato a non sopravvivere, perché è ultimativo e cioè ontologicamente finale e fondante, e infine ultimo perché appare proprio nel contatto con gli “ultimi”. Bisogna tenere presente che, in Zinetti, il paradigma della provvisorietà è sempre accompagnato a quello della dimensione ontologica e necessitante dell’essere umano e al paradigma delle esistenze umili e delle emozioni intime e famigliari.
Si ratta di una poetica dei minimalia, come vedremo successivamente, che parte dalla consapevolezza di dover esplorare le forme più umili e precarie dell’esistenza, quasi nel lato oscuro dell’essere, per riuscire a rintracciare un temporaneo significato. Le cose appaiono e subito sono riconquistate dal buio, emergono per essere presto sprofondate nell’ombra e riassorbite dallo sfondo, come protagonisti di una scena poetica che le lancia sul proscenio, in primo piano, e poi le fa disparire, le dissimula e le confonde. Una sorta di marea che si apre e da cui esse emergono, ma subito dopo vi sprofondano. Una sorta d’illuminamento subitaneo e provvisorio ma netto e forte, che lascia l’occhio pieno d’impressioni e la mente colma di ricordi. Come quando in una camera completamente buia ci vengono proiettati flash improvvisi di realtà, che poi si spengono ma lasciano nella retina immagini vivide che perdurano.
Siamo di fronte a una scena poetica che è pienamente bergamasca, vicina a quel sentire artistico che fa del realismo la strada maestra non solo per descrivere le cose ma anche per penetrarle e andare oltre. Zinetti si trova forse vicina alla migliore tradizione artistica lombarda che ha prodotto Daniele Crespi, Carlo Ceresa, Caravaggio. Caratteri forti, puntigliosi lavoratori del reale, abili scavatori della realtà, spiriti anche indomiti che non prendono scorciatoie e che non accettano ingannevoli abbellimenti, cocciute personalità incapaci di ingannare e di ingannarsi, che sanno guardare in faccia il mondo per quello che è, che ci rimettono in prima persona ma dicono il vero, spiriti pratici e concreti, personalità che sanno osservare le minime cose e le sanno mettere sotto una piena luce priva di retorica, schivi possessori di un’arte divina e dissacratoria, incapaci di cadere vittime dei miti, personalità che sanno porsi a livello del soffrire e gioire di ogni essere e sono consapevoli che la sostanza del mondo è fatta dei dettagli umili e ultimi. Ché il mondo non si salva se non son salvi prima questi.
Mancano artifici retorici, la connotazione poetica del testo si affida a sprazzi lucenti che evidenziano realtà descritte nella loro essenzialità, le connotazioni psicologiche sono misurate ed essenziali, nessun manierismo, le ambientazioni spoglie e quintessenziali, in una scenografia profondamente anti-barocca, dove il realismo tanto più immette alla sostanza metafisica dell’essere quanto più le cose reali balzano provvisorie nella luce ed emergono da un indistinto sfondo per poi tornarvi come a una matrice originaria. Sono versi, oggetti ed esperienze smarrite nell’inspiegabile sfondo da cui si stagliano, in grado di lasciare una traccia vivida proprio perché circondate dal buio dell’essere (CvG, ibid., vv. 12-14):
 

Orme di vuoto, nome

cancellato dallo specchio,

l’agonia fiorita dei giardini.

 
Ma da dove viene questo realismo? La sua vicinanza alle cose?
Per riuscire a intuire le ragioni di questa poetica dovremo forse intraprendere un nuovo itinerario di lettura dei testi. Dovremmo tentare di svolgere per questa poetessa una chiave ermeneutica positiva, che interpreti gli elementi cupi e l’oscurità triste, che pure esistono nei suoi versi, come elementi di opposizione e non di evidenza, come fondale oscuro per più brillanti contrasti. Dovremo interpretare i chiarori che da quell’oscurità è fatta emergere. Un po’ come nel conterraneo pittore Carlo Cerasa, che stranamente e incomprensibilmente dipinge le nuvole dei santi e dell’empireo celeste anziché bianchi e rosati, tipici della scuola veneta o del Tiepolo, con toni di nero e di grigio cupo, ma per far brillare meglio l’arancione di una veste, il particolare di una mano, un volto fortemente espressivo e reale. Si tratta di vedere in questa poesia di Zinetti il nero, il cupo, il triste e il tragico come ombreggiature dello sfondo, come la notte da cui emergono i bagliori a tratti, cioè come l’ombra da cui provvisoriamente si staglia a morsi il bagliore. Dunque, non le ombre ma i lampi e i colori sono elementi sostanziali della sua poetica, e lo sono proprio grazie all’emergere dallo sfondo.
Si veda, ad esempio, l’exergo di Muschio liquido il lago (IM, 18):
 

Forse poesia è questo:

tra il buio e il buio

la rosa

 
E la chiarezza e la dolcezza del contrasto luminoso non potrebbero emergere più chiaramente che in Ogni cosa è intravista (IM, 17, vv.6-10):
 
Dov’è l’assenso del paesaggio?
Colline azzurre e pratoline al sole
il sonno del coniglio del bimbo
che si volta sul fianco
l’erba bagnata.
 
Dove è proprio lo stagliarsi della luce sullo sfondo buio a dare consistenza e profondità al testo, l’emergere da un “luogo senza luogo”, da “periferie dove il buio intorbida forme senza noi”… da “rami in apnea”, “spettri”.
Questo, credo, il primo passo da compiere. Il secondo consiste nel tenere presente che esiste nella poetica di Zinetti una mossa etica non espressa ma praticata, che fa dei minimalia i protagonisti della scena sentimentale e poetica. È questa una decisione fondamentale di campo poetico, la strutturazione della tessitura drammatica con una luce gettata non sulle altezze del significato ma sul basso umile del quotidiano e dell’intimo, sul contatto reale dell’esperire sottile.
Gli oggetti quotidiani, le pietre vive, le colline, il sole, le mani, le finestre, il lago, nient’altro sono che cose parlanti della positività umile verso cui è espressa un’empatia sofferta. Gli oggetti minimi sono posti al centro della poetica e, nel momento in cui è data loro la parola, assurgono al ruolo d’icone dell’oltre, cifra della sofferenza. L’esperire partecipe e simbiotico con la natura e con la realtà apre così da una parte un mondo di percezioni sottili e di impressioni sensibili e umili, dall’altra trascende verso interrogazioni esistenziali di fondo.
La cosalità esperita e partecipe, che prende voce nella poesia, acquista identità drammatica e pone la questione dell’identità stessa dell’esistere. La Natura, ben lontana dall’essere un romantico specchio dell’anima, diviene ente per sé, dotato di vita autonoma, e partecipa a determinare il tono drammatico e l’azione poetica. La natura e gli oggetti, così come le impressioni dei sensi, divengono le dramatis personae della poesia di Zinetti, la quale rappresenta l’ecologia drammatica delle cose minime portatrici di interrogazioni di senso. Non deve passare inosservato che questa è una mossa insieme stilistica, drammaturgica, sentimentale e filosofica, ma soprattutto è etica. La liturgia del minimo avviene nella consapevole maturità che sa collocarsi tra le cose e trova in esse la propria identità, come in Il pomeriggio d’aprile ripete l’inverno (IM, 15, vv. 12-22):
 
Guarda, la siepe del giardino
delimita un piccolo mondo
d’insetti sotto un tetto d’erbe,
il sorprendente azzurro di una farfalla
è cielo.
Il gesto del contadino che apre
il ventre molle della terra,
la mimesi del fiore che sfoglia ricordi
del colore
sono la liturgia del minimo
a cui soggiace la vastità del mondo.
 
Quello di Zinetti potremmo definirlo un naturalismo metafisico, un realismo che rimanda all’oltre. Si tratta di un naturalismo e di un tratto realistico della parola che, proprio perché intriso di realtà non trasformata in mito o retorica, proprio perché espressione immediata di quello che è così com’è senza infingimenti, è ancora più in grado di far riflettere sull’oltre e sulle finalità dell’esistere. Il realismo etico di una lingua che descrive la liturgia dei minimi, e che subordina la vastità del mondo a essi, permette di ampliare a dismisura i significati poetici, includendo anche riflessioni che vanno ben oltre l’espressionismo delle cose in sé. Dal realismo etico tipicamente lombardo della poesia di Zinetti nasce così l’ampliarsi della sua riflessione a campi metafisici e interrogativi fondanti, ben oltre il semplice espressionismo sentimentale o la banale cronaca intimistica.
La poesia di Zinetti è chiusa entro due parentesi, oltre le quali essa rimanda a ogni piè sospinto: la consapevolezza della fine da una parte, e dall’altra l’eterno che ci sta a cuore. Abbiamo sulle spalle la mestizia che deriva dalla consapevolezza della nostra finitudine e gettiamo lo sguardo oltre la siepe, verso l’infinità dell’eterno che non comprendiamo e che è incommensurabile rispetto al nostro pensare. Entro queste parentesi si dispiega la lingua, si sviluppa la poetica dinamica delle cose e dei sentimenti, il dolore ma anche la bellezza, le nubi nere e torbide ma anche la luce e i volti.
Con questa maturità espressiva e di pensiero, Zinetti scrive alcune delle sue più belle pagine, quando dal mondo degli oggetti il ritratto poetico si sposta a illuminare anche le persone e la vita famigliare. Vale la pena di citare quasi per intero la seconda parte di Tumulto e sangue, tracce e assenza (CvG, 20, vv. 11-21):
 
qui io appoggio la fronte
e la musica degli abeti
e il sorriso di un bambino
e i giorni stanchi e lo sguardo
ultimo di mio padre
e quel che sono stata – un orizzonte chiuso –
e la luna che dai suoi ottant’anni favolosi
ancora ogni sera mia madre guarda
e le colpe gli errori le rose
 
questa è la meta, qui giungo
e non sono mai partita.
 
 Il realismo etico e nello stesso tempo metafisico acquisisce una tecnica descrittiva matura, raffinata nell’equilibrio e precisa nell’efficacia, come nelle poesie Per mia madre (che ogni giorno guarda la luna) e Per mio padre (ancora vivo e per sempre). Quest’ultima, in un passaggio dal passato al presente e viceversa, dal ricordo alla realtà, è un raffinato esempio di realismo compiuto e felice per tagli, per scorci, per illuminazioni e sobbalzi del sentimento (CvG, 53):
 
vivo è il tuo sonno stremato sul tavolo la sera
il capo abbandonato tra le braccia, la bambina
che attendeva e ancora attende
che tu esca dal sonno perché tutto ritorna
e scriverlo oggi che fuori piove
è esplodere verde di rami
è rendere amore all’amore
...
 
Penso che nevica anche al capanno, oggi,
e che sei là, le dita ferme
sul cane del fucile, attento
ad ogni impercettibile movimento dell’aria
e non nel marmo
che così freddo a pensarlo stringo
con gesto troppo umano
la sollecitudine
di un angolo della coperta
con il medesimo spavento dell’uccello
raggiunto dallo sparo.
 
La stessa maturità poetica è testimoniata in Ecolalia (IM, 25), dove i ritorni esperienziali innescano una sequenza ininterrotta di ben dodici similitudini una in sequenza all’altra, ciascuna delle quali è una miniatura del vivere, un quadro minuscolo di realtà incastonate tra le assenze di colore dei giorni attuali e l’improvviso comparire del mare nel suo barbaglio dorato.

Né la dura e incomprensibile corteccia di una poesia tecnica e intellettualistica di alcuni contemporanei, né il manierismo vizioso di alcuni poeti accademici che amano propinare benevole critiche ai colleghi per riceverne in cambio uguale trattamento con stessa generosità entro un circolo asfittico e autoreferenziale, né la mancanza d’aria di una poesia intimistica e attenta solo ai moti interiori, possono stare al pari. Nulla di tutto ciò per Liliana Zinetti. La sua consapevole e flebile lingua giunge dal basso, dai minimi, da quell’ex-sistere stesso delle cose e delle persone. Tuttavia è una lingua forte e risoluta, cosciente essa stessa della propria finitudine (CvG, 26, 13-15):

 
il poco che possiamo dire
è la leggerezza della nube
e mai compiutamente
 

Questa presa di posizione poetica ed etica produce una scrittura che rappresenta un argine verso forme di lingue ormai fruste e abusate a causa di uno svuotamento di esperienza, o riempite solo di esperienze virtuali. Nel mondo contemporaneo iperproduttivo di testi, dove le esperienze e le relazioni sono rese sempre più intangibili o etero dirette da forme culturali stereotipate, Zinetti pone una barriera, un alto là, un monito esemplare, fatto da una lingua poetica che sorge direttamente dal duro contatto con l’umilissimo e vivissimo mondo dei minimi, con una lingua rispettosa ma demitologizzante, sensibile ma sincera, sottile ma reale.