L’ultimo romanzo di Romano F. Tagliati, un lavoro di duecento pagine pubblicato a gennaio del 2016 dall’editore Giuliano Ladolfi, possiede alcune caratteristiche che non esito a definire rare nel quadro letterario dei giorni nostri: linguaggio sempre aderente alla psicologia del personaggio, attendibilità storica, genuina testimonianza della giovane protagonista che, senza mai montare in cattedra, lascia intuire la situazione morale e psicologica di un paese che, dopo vent’anni di dittatura, si trova ormai allo sbando. Un libro onesto, in cui sievidenzia la maestria dell’autore che, senza mai ricorrere a complicati artifici letterari, preferisce raccontare i fatti, rifuggendo la facile tentazione di lanciare anatemi, o di trasformare la narrazione in un resoconto poliziesco, consentendo ai suoi personaggi la libertà di esprimersi con l’autentica semplicità del loro abituale linguaggio.
Tempo fa, dopo aver letto la prima stesura, un importante regista della RAI scrisse all’autore che, una volta pubblicato il libro, non avrebbe esitato a trarne un film per “la grande tela” o la sceneggiatura per una fiction di sicuro successo. Sfortunatamente, prima che il lavoro fosse portato a termine, quel regista se n’è andato all’altro mondo. Inutile ribadire oggi che, con i suoi risvolti umani, pervasi da una sottile vena poetica, da una lieve impronta erotica e da momenti in cui due mondi diversi si confrontano, il lavoro sembra proprio dargli ragione. Nda.