«Così che il silenzio non basta, / bisogna raccontarlo, indicarvelo / col dito - un rumore / ininterrotto, / fermarsi: ecco. ». Esigue parole, delimitano, esatte, il perimetro espressivo della psiche. Esistere «in una parte infinitesimale delle mani». Esistere e toccare il vuoto capovolto dell’essere «Altro e identico». Vuoto, soccorre Cioran, come tentazione mistica, possibilità di preghiera, momento di pienezza. Vuoto che «ripara le pieghe dei nostri passaggi». Parliamo di “Varianze”, prima eccellente raccolta in versi di Maurizio Giudice, “Giuliano Ladolfi Editore” (collana “Perle poesia” n. 59, diretta da Roberto Carnero). «Giudice scolpisce, a lui basta uno squarcio di vita per spalancare orizzonti di significati - scrive con ragione Ladolfi nella nota introduttiva -. Il mondo interiore non viene espresso mediante un correlativo oggettivo né mediante la ricostruzione di un io lirico, ma nell’unione tra percezione sentimentale e mondo. Egli non descrive, giunge immediatamente all’immaginazione del lettore, lo coinvolge, lo provoca, non definisce, abbaglia e lascia negli occhi il chiarore per illuminare orizzonti che uno sguardo comune non riesce a vedere». Maurizio Giudice, catanese classe ‘79, ha conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione e la specializzazione in Discipline Semiotiche. Pregnante il suo intervento intitolato alla poesia e alla possibilità della stessa di fare da mediatrice tra l’uomo,le “regole segrete della natura” e il silenzio che necessita di essere raccontato. «L’arte, la filosofia possono essere strumenti molto utili in questa prospettiva. Ne “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe, quello che cerchiamo è davanti ai nostri occhi, ma non lo vediamo. Il pensiero buddhista riteneva che fossero le abitudini, gli automatismi della mente, a cui siamo aggrappati, a impedire la visione della realtà.
La poesia può determinare un cambiamento, generare uno spazio di silenzio che ci permetta di ascoltare, producendo una rottura nelle forme psichiche che apra la strada a un confronto col mondo. La poesia si presta molto a un uso verticale del linguaggio (uso il termine “verticale” non nel senso di ascesa, di trascendenza, ma per indicare il fatto del rimanere nello stesso posto e vedere le stesse cose, man mano, sempre più chiaramente). Se nella prosa, ad esempio, l’orizzontalità è una caratteristica difficilmente evitabile, nella poesia, il linguaggio può essere usato non per arrivare a qualcosa che sta al di fuori della lingua, ma per aprire uno spazio dentro la sua struttura. In questo senso la poesia può meditare la lingua e non solo parlarla, perché osserva il farsi della parola, il suo procedere. Questa è una delle possibilità della scrittura poetica, ma non è detto che si realizzi in ogni occasione: per alcuni scrittori può rimanere un elemento marginale, perché altri sono gli obiettivi estetici».
Un poeta, concludiamo con un pensiero di Marianne Moore, «non parla la lingua ma la medita: così la potenza del leone sta nelle sue zampe».
Grazia Calanna