La poesia è una goccia nel deserto che non vuole morire
Pare venire un'indicazione capovolta dalla raccolta di Giulio Marchetti: è il "deserto" a non dover morire per garantire vita alla poesia: l'enigma che plasma Ghiaccio Nero. La configurazione di uno spazio reale ove quello interiore si corrobora di immagini e ricordi, ipotesi e sussurri, cifra di un elemento non collaterale, ma agganciato saldamente alla vita nel ritmo disadorno, asciutto, privo di enfasi, non per questo parco di significati, teso nel respiro di liriche brevi e intense.
Se allora la terra è l'ultimo rifugio/del volo quest'ultimo si connota come iperbole della natura umana declinata nelle cadute e nell'affievolirsi di luce: all'orizzonte si intravede la possibilità che tutte include e che si fa domanda ( può una danza/inscenare la vita?) così bene articolata da far sovvenire il monito dei classici greci. Infine il cromatismo sotteso all'intera raccolta si dispiega in un blu senza limiti piuttosto che nel rosso a vene aperte o in un autunno di parola dolce e silenziosa per scivolare nella dimensione di un non colore, il nero che plasma le ombre (Eppure siamo ombre/che sanno di avere/una forma umana) serrandole nell'immobilità di un ghiaccio sotto cui pulsano rivoli del cuore che riesce a battere ancora.
Cristina Raddavero