“Non c’è misericordia/ per la nostalgia” p.65, recitano alcuni versi di quest’ultima raccolta poetica di Renzo Ricchi. Non è una constatazione, ma una condanna e allo stesso tempo un rifiuto, un voler respingere lontano dal proprio orizzonte qualsiasi percorso che cerchi nel passato le ragioni del presente.
“L’eternità delle rovine, secondo me, è un percorso immerso in un tempo fuori dal tempo, dove passato, presente e futuro assurgono a una dimensione altra, e il pensiero vive in una continua tensione e la realtà quotidiana o gli accadimenti del mondo, qualsiasi particella di cui si compone la nostra esistenza hanno una loro ragione in un eternarsi della consunzione. “Oh l’umiltà del cosmo/ malgrado il suo splendore/ la modestia di nascere e svanire…” p. 23.
Come si vede Renzo Ricchi non cerca nel quotidiano le ragioni dell’esistere o del morire, ma salta in quel buio oltre la siepe per dissipare i fantasmi di un corpo che facendosi ogni giorno più stanco non rinuncia al continuo divenire che gli permette di scandagliare quel buio e trovarvi nuove energie che non sottostanno alle leggi di gravità ma si innalzano verso orizzonti diversi e in quelli trovano o quanto meno tentano di trovare risposte a domande rimaste senza esiti.
È come il presagio di una nuova vita, che non è quella oltre la morte, che pure in questi versi, ma si potrebbe dire sempre nella poesia di Renzo Ricchi è evocata e presentita, ma quella di un pensiero che si fa nuovo, o meglio si “smaterializza”, se così si può dire, per cercare e trovare nuovi agganci e nuove forme non riconducibili all’esperienza corrente. Osserva acutamente Gualtiero De Santi nell’Introduzione “Ma per i simboli dell’inestricabile complicazione che prefigura una Eternità sospesa tra il nulla e l’infinito, tra il bene e il male, tra l’insignificanza e la bellezza sempre avvertita come ‘prova d’estasi’, rimane centrale la concezione di un mondo-dono: un universo della vita – e delle nostre vite – trasmessoci da Dio”.
È sul concetto di “mondo-dono” che Ricchi interviene anche se la riflessione non è esente dal dolore, un dolore non tanto contingente, quanto conseguenza necessaria delle nostre insufficienze, ne definisce i contorni ed è questa definizione che ci rende umani; così che in questa umanità riusciamo a riconoscerci, importanti gli uni per gli altri “ora su te stessa intoni/ un canto d’addio/ e tutti i pianti del mondo/ chiami a raccolta/ unitevi pianti!/ stiamo insieme/” perché il “Vano soffrire/ che fa più soffrire” p.124, non sia sufficiente e inutile, a noi stessi, alle nostre debolezze.
In questo quadro non va sottovalutata una sottile pena dell’esistere che nasce dall’animo che si sente inadeguato di fronte alla realtà terrena ma anche di fronte al grande mistero che ci circonda e che tuttavia la mente e il cuore cerca di svelare e raccontare a se stesso. “Potremo mai sconfiggere / l’afflizione del tempo/ che tramonta/ si/ anche quando è eterno?” p.99.
Questo continuo pellegrinare in territori “altri”, queste esplorazioni in quelle zone nebulose che Ricchi socraticamente definisce “logoi” lo porta quasi ad esclamare “quel che non si vede/ quel che non si tocca/ ma forse è il vero vero”p. 91
Continua ancora il De Santi “Tutt’accanto la ricerca della forma infinita con il contenuto d’infinito incontra l’immagine più giusta nel carattere della saldezza come pure della finitezza vera e propria. In fatto, dall’infinito e dall’astratto il segno discende sulla materia, poi però si volge determinatamente a suscitare la vita interiore e quella eterna, il flusso deperibile dell’esistenza, ma anche e insieme la sua capacità di riportare sensorialmente al divino”.
Quel divino che nella poesia di Renzo Ricchi non è tanto un concetto teologico, quanto una dimensione dell’esistere, che è poi la ragione ultima del suo tentativo di illuminare quel buio oltre la siepe dove tutti i fili della trama si annodano e formano la figura.