Giorgio Casali, Diarietto cattolico, Ladolfi 2016
Mi ha molto commosso leggere questa raccolta di versi che sono un cammino di fede e conversione intonati sobriamente, al ritmo sincopato di un diaframma che si fa tamburo ad emozioni vitali, essenziali e che non è possibile non condividere: «adesso che il mio cuore non batte più da solo / sta tutto in vita, / è doppia pulsazione» (Battito, p. 40). Chi viene illuminato non può a sua volta non emanare qualche vibrazione luminosa e renderla disponibile a chi a lui rivolga lo sguardo.
La plaquette è caratterizzata da uno stile onesto ed umile, trasparente e al tempo stesso riservato, intenso e vero come in fondo dovrebbe essere agostinianamente una confessione in cui ci si lascia lavorare da una Misericordia sempre provvidente, piuttosto che far noi uno sforzo di volontà inevitabilmente caratterizzata da condizionamenti e oscurità (l’esergo eliotiano – “Signore, non sono degno…” – è significativo in questo senso): del resto la grazia è gratuita, appunto, e non dipende dai nostri meriti ma dal nostro farle spazio per accoglierla: «il tuo tempo il mio lo trasfiguri – fidarsi ancora non è reato» (Grani, p. 19).
Così pure le devozioni “antiche” vengono ri-considerate nella loro amorevole, sapiente e universale semplicità: «anche l’uomo tuo Figlio il maschio / si accucciò nel seno / e chiedendo ti prenderai cura / rialzerai lo sguardo, il nostro» (Non cessate, o Potentissima, p. 21).
La fede va coltivata e sempre percepita come un dono e non come un premio. La poesia a pagina 26 fa implicito riferimento alla pianta di ricino sotto la quale il profeta Giona trova gradito riposo e che improvvisamente come era rigogliosamente cresciuta si secca (se appunto non ravviviamo in noi la gratitudine per la vita, per gli affetti, per i talenti… essi si inaridiscono): «Devi vedere che non si muore / quando lo stomaco si sta rivoltando / e il cuore / davanti la pianta bruciata di sole / s’aggrinza e scolora / trovando bloccata / la sua capacità di fiore.»
Il male in noi e attorno a noi, la morte vengono convertiti/trasfigurati solo dall’amore di Gesù che ci proietta corpo e anima in una «… carne / una sola, senza tempo» (Attesa che i corpi si ritrovino, p. 27); «Ma tu strapperai queste dita / (…) / come al pavimento affezionate: / le strapperai, tu le farai spiccare…» (Cracovia, p. 29); «Non temere i terrori della morte / se la spina che rimane conficcata / porterai alla fine nella carne / non del tutto intonacata.» (Corpus III, p. 32).
Fortissima la poesia Eucarestia dove il Cristo si lascia uccidere, mangiare, assimilare e chiede insistentemente al tu in cui ogni lettore/fedele può immedesimarsi: «se non dovessi come fece scivolare / nelle fogne puzzolenti del paese, // se non dovessi, dimmi, / se non dovessi?» (p. 18).
Molto partecipe e perspicua anche la bella introduzione di Francesco Iannone, a sua volta valente poeta.

