America Oggi parla di Lorenzo Strona

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stronaAMERICAOGGI-200312Un libro di Lorenzo Strona: Nero è l'ontano

 

di Luigi Troiani

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Era marzo, come ora, con la primavera che iniziava a sciogliere le nevi sulle Alpi. Dolcino da Novara e i suoi, cessata la protezione di Matteo Visconti, ripiegarono sopra Trivero, risalendo il monte Rubello, in quella lingua di terra biellese che risucchia il Piemonte verso la Svizzera. Fiduciosi nel carisma, si misero ad atten­dere che le profezie trovas­sero realizzazione. Il millena­rismo pauperistico colpiva duro in quel 1306: uomini e donne della comitiva, laceri e affamati, pur sapendo quali rischi corressero, si mantenevano fedeli ai prin­cìpi religiosi e morali di Ghe-rardo Segalelli, fondatore degli "Apostolici" e mae­stro di Dolcino, bruciato sul rogo come eretico.

 

 

Quella fede era contra­stata dalle gerarchie eccle-siastiche e civili con accuse di eresia e blasfemia, per le dure critiche contro una Chiesa troppo ricca e trop­po immersa nelle cose del mondo. I ribelli, per garan­tirsi un minimo di difesa e la razzia di cibo nelle case ric­che, si erano armati, ma nul­la avrebbero potuto contro un attacco condotto da mi­lizie vescovili o da mercénari. Papa Clemente e il ve­scovo di Vercelli, Raniero degli Avogadro, erano an­dati anche oltre le misure varate negli anni di Bonifa-cio Vili, dichiarando contro gli Apostolici una vera e propria Crociata.

1 seguaci di Dolcino, ac­cerchiati e senza cibo, resi­stettero un anno: il Giovedì Santo del 1307 la loro av­ventura politico-religiosa era conclusa. In migliaia furono trucidati sul posto. A Dolcino non furono ri­sparmiate né le torture del-1 anima né quelle del corpo: vide il rogo del luogotenen­te Longino da Bergamo e dell'amata Margherita, fu esibito su un carro per le strade di Vercelli mentre te­naglie arroventate lo marto­riavano fino a strappargli naso e pene. Le cronache dicono che non diede ai tor­turatori la soddisfazione di un solo lamento, prima del rogo purificatore.

Sulla vicenda dell'ere­siarca piemontese, torna l'ul­timo libro di Lorenzo Stro-na, un amico che di mestie­re fa Comunicazione istitu­zionale e aziendale, e che non perde occasione per sfornare scritti di forte im­patto morale e culturale in riviste specializzate e non.

Con "L'ontano nero" torna su uno dei temi che gli sono cari: il rapporto tra morale individuale e fede, tra potere religioso istituziona­lizzato e libertà delle co­scienze. Lo fece anni fa ri­stampando per gli intimi il "Trattato sulla tolleranza" di Voltaire, con il religiosissi­mo urlo tutto umano della "preghiera a Dio" là conte-nuta. Lo fa oggi rimpastan­do per il palato dei contem­poranei una storia vecchia di settecento anni, dispie­gatasi nell'arco di un quin­dicennio, in tempi che ve­devano il potere religio­so e politico della Chiesa di Roma esprimersi col Vange­lo e la spada, mischiare cini­smo di governo e missione cristiana, atterrendo ogni oppositore con l'alternativa tra adesione pedissequa al dettato ecclesiastico e il rogo del braccio secolare.

Il romanzo è costruito sui documenti e le memorie tra­mandati nel tempo, con qual­che inserimento, come la voce narrante, che servono a sorreggerne l'impianto narrativo.

L'apparente obiettività del testo non riesce a na­scondere che l'autore, come il narratore, compiange la sorte di Dolcino e Marghe­rita, e dei tanti che si erano stretti loro intorno confi­dando nella giustizia e mi­sericordia di Dio. La voce narrante, frate Albino da Montesilvano, chiude il rac­conto nell'anno del Signore 1312, ricordando lo sguar­do nostalgico di Dofcino morente sull'armento onta­no dei giochi dell'infanzia. Accadeva nell'orbe cristia­no, giusto sette secoli fa. Bisognerebbe ricordarsene, quando condanniamo sen­za misericordia integralismo e furia omicida di Isiam e In­duismo.