L’autrice è alla sua seconda esperienza letteraria.
Qui immagina l’intervista ad un’insegnante, anzi a una prof. che per sua libera scelta ha abbandonato la scuola non riconoscendosi più in quel ruolo.
Davanti a una fumante tazza di té e a un invitante vassoio di pasticcini il colloquio si trasforma in una piacevole chiacchierata tra amiche.
Dal discorso emergono le motivazioni che hanno portato all’abbandono: il sentirsi inutile, demotivata e incapace di modificare il sistema, quel sistema irrigidito da un burocratismo antiquato e da regole confuse e obsolete, che spesso rendono ingestibile e caotico il lavoro e che minano i rapporti interpersonali, quel sistema che, in ultima analisi, può considerarsi anche responsabile dei mali della nostra società.
Emerge un quadro di una vita spesa per l’insegnamento dai primi momenti come precaria, poi da insegnante in ruolo. Sono i giorni vissuti sul “campo” a stretto contatto con gli allievi, di cui serba un ricordo bellissimo, giornate piacevoli trascorse in loro compagnia: le gite, le cene di classe, gli esami, quando era stata nominata commissario interno...
Ma sono anche i momenti in cui, questo soprattutto negli ultimi anni, le era stato quasi impossibile instaurare un legame con le scolaresche, sentendosi frustrata e perfettamente inutile di fronte a quel lassismo imperante che l’ha poi spinta a prendere la drastica decisione di “sbattere la porta” e di andarsene.