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Stefano Guglielmin su "I PADRI" di Giulia Rusconi

 

blanqueDeDi Giulia Rusconi si parla in luoghi autorevoli. Nei Nuovi poeti italiani 6 dell'Einaudi, per esempio, Giovanna Rosadini, pur non includendola, la definisce "certamente promettente". E in effetti, I padri (Ladolfi 2012) hanno un'unità d'ispirazione difficile da trovare in un'opera prima, tanto che il libro ha vinto il primo premio Poesia Giovane 2011 di Fiume Veneto e alcuni testi, titolati L'altro padre e prefati da Anna Maria Carpi, sono inclusi nell’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi Editore, 2011). La Carpi scrive anche la prefazione all'opera prima di Rusconi, riconoscendone un umore di fondo di "forte straniamento verso il grottesco", ma anche uno spaesamento che chiede accoglienza, a partire dall'esergo "Eloi, Eloi, lemà sabactàni?" (Padre mio, Padre mio, perché mi hai abbandonato?).

 

La posizione dunque è quella della croce, del momento in cui la mortalità splende in tutto il suo numinoso orrore e non si trovano ragioni fondanti che giustifichino la postura. In Giulia Rusconi, il tragico cristologico si converte, laicamente, in paura d'invecchiare: sentimento umano, troppo umano, ma certo capace di intristire le notti di chiunque, specie la prima volta che ci assale. Giulia ha quasi trent'anni e ne può quindi parlare con cognizione. C'è una poesia esemplare in questo senso, che coniuga bellezza e fragilità, saggezza e sentimento della caducità. Non chiama in causa un padre specifico, ma costituisce la sintesi di tutti: «Tutti mi dicono che sono una donna / e bella e che ho spalle ampie / gambe robuste di ferro. / "Cammina da sola ora". / Io non cerco che una mano / grande che mi copra tutta la faccia / non mi faccia invecchiare». In alternativa, chiede a differenti padri di riconoscerla, di insegnarle a parlare, di proteggerla, e ci racconta di come Elettra si faccia sedurre dagli innumerevoli fantasmi che suppliscono quanto un padre genetico non potrebbe concedere: leccarle i lobi, soffiarle in bocca il fumo, farsi succhiare le dita.

È sempre la bocca, in Rusconi, il luogo del peccato. Anche scrivere poesie parte dalla bocca ma qui la colpa scompare, per lasciare posto invece a un eros autentico, non costruito, nato assieme al verbo. Un eros che mette in scena, in modo ordinato, un recondito inconfessabile, un misto di desiderio e di paura verso il Padre pagano, quel Tempo mortale che consuma e insieme eccita, qui incarnato appunto in un teatrino di padri minori, tutti inadeguati eppure necessari a tenerlo in gioco. La madri invece sono latitanti, controfigure dell'invidia o della debolezza, a volte tenere e spesso proiezione di sé, di un tempo in cui, uscita dal guado del chiedere protezione, intraprenderà la strada del dare protezione.

Intanto, la Rusconi continua la sua interrogazione sul proprio bisogno di figure maschili, che edifichino un tempo abitabile, e sull'identità che rifiuta di liberarsi dalla dipendenza: Cura, da poco uscita su "Nuovi argomenti", conferma infatti il registro tematico e stilistico de I Padri, coniugando entrambi gli aspetti (figure maschili e dipendenza) nell'amore coniugale, che si dà quale relazione asimmetrica in cui l'io lirico è sempre sul punto di spezzarsi come una bambola di ceramica: "La miglior cosa che un uomo ha fatto /  per me è stata lavarmi / in acqua tiepida sfregando forte / e rivestirmi con cautela per non spezzarmi / braccia gambe e collo". Un io che sogna d'essere infermo, accudito giorno e notte non più da padri con cui sensualmente interagire, ma da infermieri capaci di mantenerlo nella sua "immensa beatitudine", un nirvana raggiunto con le flebo, anzi, meglio, uno stato prenatale permanente, scandaloso in un'epoca dove indipendenza e libertà costituiscono le leve dell'emancipazione.

C'è tuttavia un altro padre, meno evidente, ma decisivo: è lo stile, che sorveglia l'emozione e assume il discorso comunicativo quale veicolo relazionale; di esso Giulia si fida e si prende cura come una madre premurosa.

 

 da I padri (Ladolfi Editore, 2012)

 **

 

Tutti mi dicono che sono una donna

e bella e che ho spalle ampie

gambe robuste di ferro.

«Cammina da sola ora».

Io non cerco che una mano

grande che mi copra tutta la faccia

non mi faccia invecchiare.

 

**

 

Mio padre –il quarto –

mi insegna a scrivere.

Compitiamo poesie e per farlo

lui tiene la sua mano sopra la mia

e scriviamo insieme. La mia

è avvolta nelle sue dita che sono lunghe

hanno i nodi degli anni, sono

forti. Mi fa rileggere a voce alta

e mi si mette dietro

e mi lecca i lobi.

 

**

 

Sono col mio settimo padre

il più feroce. Tiene bene

le posate e mi insegna a mangiare.

Labbra piccate occhi in divenire.

Quando ero piccola mangiavo

con mia madre ma il mio settimo padre

mi toglie di mano le posate

mi infila nella bocca un occhio

di rana si fa succhiare le dita.

 

**

 

La mia seconda madre non somiglia a nessuno

è tenera di occhi schietta di mano

ci siamo viste tre volte, mi dice

che ha due gatti e un complesso paterno

in digestione perenne.

Non mi insegna niente e mi piace.

Mi guarda con i guizzi di chi ha fatto un patto

mi insegna a prendere posto

a disegnare contorni.

 

**

 

Dico le parolacce me le insegna

mio padre numero diciotto.

Mio padre –l’altro- le dice

ma di nascosto nel suo studio.

Uso metafore spinte parlo

di sesso e sadomaso. Mio padre

-il numero diciotto- mi insegna le brutture.

«E tu vuoi imparare a essere cattiva?»

Lo tengo perché è sfortunato, come me

è avido, e malato.

 

 **

 

Mio padre il numero tredici è bello

è il più vecchio di tutti mi insegna

l’amore. Nemmeno mi sfiora

ma ha occhi di sesso mani di scimmia

labbra che incalzano e tremano.

Il mio padre numero tredici

mi fa venir voglia di fare l’amore

camminiamo a braccetto lo penetro

e afferro con la mia mano.

 

**

 

Guardo i miei padri ognuno

nel suo scanno conosco a memoria

le loro crepe i loro tic nervosi.

Ho un padre che non conosco

l’ho visto una volta so come si fa

chiamare so che non parla

quasi mai e che vive in una buca

piena di ossa di lupo

occhi di vetro e angeli maestosi.

Il mio padre sconosciuto è un visionario

mi insegna le allucinazioni

me le fa toccare.

 

 

da Cura

 

La miglior cosa che un uomo ha fatto

per me è stata lavarmi

in acqua tiepida sfregando forte

e rivestirmi con cautela per non spezzarmi

braccia gambe e collo

e cullandomi dirmi che mai più

avrei avuto bisogno di mangiare

io fatta d’aria, io sciolta nell’aria

uno zeffiro dolce pronto ad amare tutto.

 

**

 

 È solo perché l’amore è buono però

dura quel poco che può.

Ed è tutto un sottrarsi uno stare

in bilico tra menzogna e menzogna.

Quella del fingere una sosta

vera e la vera pace

dei corpi offesi quella

di tornare poi nel mondo incerto

fingere ancora una qualche pacatezza

un’obbedienza cieca.

Comodo invece e eterno

è camminare cauta

e a piedi scalzi nella clinica

bianchissima della mia vera cura.

 

 

**

 

 

Io non mi muovo, ma ormai

non tollero nemmeno l’odore delle lenzuola.

Sogno una clinica o un pronto soccorso

una lettiga inamidata quell’odore

di farmaco e di pulizia. Gli infermieri

entrano e controllano la flebo

io non so più se è notte o giorno.

Che immensa beatitudine, che pace.

 

 

Giulia Rusconi è nata nel 1984 a Venezia, dove si è laureata in Lettere Moderne. Sue poesie sono uscite in varie riviste, tra cui «AbsoluteVille», «l’immaginazione» e «clanDestino». La raccolta Distanze ha ottenuto il primo premio Teglio Poesia 2012 per la sezione Under 40 in italiano. Parte de I padri ha vinto il primo premio Poesia Giovane 2011 di Fiume Veneto (Pn) ed è inclusa nell’antologia La generazione entrante. Poeti nati negli anni Ottanta (Ladolfi ed., 2011). Questo è il suo primo libro.

 

Stefano Guglielmin

http://golfedombre.blogspot.it

 

 


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