Il valore della filosofia non tanto come indagine sui “massimi problemi", non tanto come metafisica o comunque costruzione di sistemi, quanto come esercizio spirituale, secondo la definizione del compianto Pierre Hadot, ovvero come cura dell'anima - innanzitutto della propria, e poi magari anche delle altre - sta tornando prepotentemente alla ribalta, soprattutto in tempi, come i nostri, di grande incertezza morale, di sconcerto e perdita di senso. Filosofia dunque nel suo senso originario di ricerca di saggezza, una saggezza pratica, in grado di orientare la nostra vita. In questo ambito si muove anche il volumetto che presentiamo.
La collana Ametista, di recente formazione, diretta da Maurizio Schoepflin, si segnala per la sua attenzione a temi e figure della riflessione contemporanea, dal personalismo a Edith Stein, dalla teologia femminista a Wittgenstein, e promette nuove interessanti proposte.L'autore, filosofo di formazione accademica, docente di filosofia, fa parte della Comunità di San Leolino, in Chianti, che si occupa del rapporto tra cristianesimo e cultura contemporanea. Il testo parte proprio dal disagio, dallo sconcerto di tanti giovani - ma non solo - nelle nostre società, che, anche se hanno soddisfatto i bisogni materiali dell esistenza, sembrano assolutamente disarmate di fronte ai bisogni spirituali, che non sono certo meno reali e meno importanti.
Siamo - scrive giustamente Meucci - nell’epoca del narcisismo, che vive nel mito della autorealizzazione, fondato sul presupposto che la natura umana sia buona e che occorra soltanto permetterle di esprimersi liberamente, per conseguire i suoi fini intrinseci di felicità.
Corollario essenziale è che l'individuo non deve valutare se stesso a partire da criteri esterni alla sua esperienza, morali o religiosi che siano, ma solo dall'interno di se stesso, cioè a partire da ciò che prova e che sente. In questa illusione viene aiutato dalla psicologia, che ha preso le funzioni un tempo svolte dalla religione, diventando essa stessa una forma di umanesimo secolare, fondato sul culto del sé. Non occorrono grandi sforzi per constatare il fallimento di questo mito della autorealizzazione, come pure della psicologia come scienza, e si impone allora in tutta la sua serietà il confronto con la lezione degli antichi - i filosofi classici, a partire da Socrate e Platone - che hanno seriamente affrontato il problema “conosci te stesso", owero il problema dell'uomo e del senso della vita.
Alla “lezione degli antichi” è dedicato appunto il capitolo centrale del libro - capitolo che a noi sembra centrale non solo in senso spaziale - ma il discorso prosegue, giustamente, affrontando “il problema dei moderni”, perché tali noi siamo. Si discute qui fino a che punto la modernità e i suoi problemi, ad esempio quelli che ci provengono dall'apporto delle scienze, neuroscienze, sociologia, antropologia culturale, ecc. - richiedano soluzioni diverse da quelle che la grande tradizione filosofica classica proponeva.
Nello stesso tempo si tiene conto del fatto che gli antichi non avevano esperienza religiosa del cristianesimo, per cui non sentivano come noi il problema della singolarità irrinunciabile dell’individuo: paradossalmente ma non a torto si dice che il primo libro moderno sono le Confessioni’ di Agostino, ove la magna quaestio che ‘si pone è proprio quella del soggetto.
L’autore esamina perciò, sommariamente e con linguaggio sempre comprensibile da tutti, figure e problemi della modernità, ivi compresi alcuni significativi film contemporanei, lasciando discretamente al lettore un invito finale a «scolpire da se stesso la propria statua», ovvero a prendersi amorevolmente cura della propria vita, facendone un'opera d’arte unica. Un compito. questo, che è alla portata di tutti e che costituisce per tutti un dovere, sia pure nella consapevolezza che l'opera d'arte non può concludersi su questa terra.
Marco Vannini

