«Al centro di questo lavoro non vi è […] la ricerca di un canone o di un fine della filosofia, ma la presentazione di uno spettro abbastanza vario di operazioni e di ipotesi filosofiche […]. L’identità filosofica è da sempre […] una pluralità, un confronto di menti, un dialogo» (p. 6).
C’è in questa dichiarazione programmatica di Stefano Cazzato, sostenuta da una robusta e profonda consapevolezza culturale, il succo di un approccio alla filosofia realistico e drammatico insieme. Vale a dire la presa d’atto che la verità teoreticamente perseguibile con gli strumenti e il metodo di ogni sapere umano rimarrà nascosta (lètheia). Verità parziale e opinabile, dunque, perché nessun “punto di vista”, proprio in quanto tale, potrà legittimarne il non-nascondimento disvelativo e assoluto (alètheia). E c’è anche, del pari, il dolore e l’inquietudine per una perdita irredimibile. Nihil sub sole novi, si potrebbe dire, dal momento che la “ben rotonda verità” parmenidea, vecchia di 25 secoli, costituì in grande anticipo la sfida titanica sia per il “sovversivo” criticismo socratico, sia per il più compassato razionalismo platonico. Secondo M. Heidegger furono proprio i Paradèigma di Platone a registrare la svolta radicale dell’incertezza – e debolezza – ontologica della filosofia, aggiogando l’Essere-Uno agli enti-molteplici, da cui non poteva che conseguire una visione della realtà frantumata e scissa. Dati questi formidabili presupposti di crisi e lacerazione, prodromici del cosiddetto “nichilismo della tecnica”, e pedisseque filosofie ancillari, perché ridiscutere l’ormai fin troppo storicizzato disincanto filosofico? Disincanto, peraltro, in tutta evidenza consolidato da una vittoria scettica e relativista guadagnata da secoli dalla modernità? Perché non rassegnarsi alla normalità strumentale di ogni provvisorio sapere umano?
Proviamo a rispondere non banalmente, così come sembra suggerire Stefano Cazzato: perché più che dei contenuti delle filosofie e delle storie delle filosofie non possiamo fare a meno del filosofare. Non possiamo aspirare alla verità in quanto “amore della sapienza” – filìa e sofìa semanticamente congiunti – senza sospettarne l’impossibilità metafisica, dovuta allo scarto insuperabile tra piano del desiderio e contingenza gnoseologica (qui il rinvio è alla filosofia secolarizzata e mondanizzata). Ecco perché in tanti tornanti dell’avventura filosofica lo stesso “vizio sistematico” dei più significativi indirizzi teorici, pur segnato talora da bisogni filologici ed empiti nostalgici, non ha trascurato l’onere (problematico) della verità e l’assillo (ineludibile) dei fondamenti. Se così non fosse – crediamo di inferire dal taglio epistemologico di Cazzato – la fatica filosofica non solo tradirebbe la sua remota fascinazione maieutica, ma sfuggirebbe al suo proprio intimo statuto. Lo squadernamento di 50 pensatori, il cui ormai classico pensiero viene condensato felicemente in altrettanti “punti di vista”, offre al lettore un prezioso caleidoscopio comparativo. Un’occasione cognitiva e intellettuale che, pur intersecandosi con prospettive, analisi e “concezioni del mondo” assai variegate, fa salvo il perno strutturale e unitario della disciplina: il posto che l’uomo e la sua mente occupano nel “mondo della vita”, copernicano o post-copernicano che sia.
Nella accurata selezione operata, la legittimazione critica delle “filosofie” include la ricerca della verità in quelle “operazioni e ipotesi filosofiche” che ne esaltano praticabilità tecnica e urgenza esistenziale. E ribadire l’avviso di una filosofia che, pur in plurivoche modalità, pensa sempre la stessa cosa (M. Heidegger), lungi dall’apparire professione di fede misticheggiante, potrebbe invece stimolare un’appassionata ricognizione sugli esiti più attuali della riflessione filosofica, attenta ai risvolti narrativi del proprio apparato categoriale. Un anelito consustanziale all’uomo quale “essere pensante”, in grado di costruire, entro il perimetro mobile del suo fallibilismo, una tenace anche se rivedibile prospettiva di verità. Ove provassimo a relegare a sentimentalismo consolatorio tante sue «operazioni e ipotesi filosofiche» (cfr. p. 6), alla filosofia – per molti già morta da tempo – non resterebbe che consegnarci il suo guscio arido di impersonale e asettica ragione strumentale.
L’utile volume, frutto di lavoro scientifico e maturo tirocinio professionale (la filosofia va provata nel fuoco vivo e dialettico del confronto!) attesta la necessità della filosofia, il cui cammino è infinito perché, come ricorda Cazzato, essa sottopone le proprie questioni all’«esercizio instancabile del pensiero» interrogandosi anche su se stessa e dando un senso più o meno stabile alle nostre esistenze.
Come raccontare meglio l’indispensabilità ontologica della filosofia?
Paolo Protopapa

