OTTAVIANO E LA BRESCIA FIAMMINGA
Il libro del giornalista descrive una città dai colori vivi, dolce e malinconica
Una punta del compasso sulla Pallata, dove una vecchina vende al suo banchetto tre limoni per dieci lire, mentre l’altra traccia una circonferenza che include piazza Rovetta, San Faustino, il Carmine e la Pace. Questo il cerchio magico dell’infanzia di Alberto Ottaviano, che è anche l’infanzia di una Brescia che ancora negli anni 1948-1957 stava in gran parte dentro la cerchia della mura antiche, come direbbe Dante. Quelli fatti rivivere attraverso il vissuto fissato indelebilmente nella memoria e nel cuore del bambino poi adolescente, divenuto giornalista e scrittore, sono anche gli anni in cui nella città povera del dopoguerra si avvertono presagi del boom, di una svolta economica e sociale ma anche antropologica e morale. Circolano ancora il furgoncino che avverte con la trombetta dell’arrivo del ghiaccio a stecche, e il gelataio che pigia sui pedali del suo carrettino, però la vacanza non si fa più presso i conoscenti di Caino ma in Romagna, dove si può provare il primo batticuore per una tedeschina, mentre «Lascia o raddoppia» riempie i bar e le sale cinematografiche. L’asse su cui gira questo mondo circoscritto è corso Mameli, dove abita l’autore, in una casa a due passi dalla Pallata. Altro fuoco della narrazione è la sartoria militare del padre in contrada del Carmine, con i mille cassettini pieni di stellette e mostrine per divise d’ordinanza e fuori ordinanza.
Queste Storie di una casa perduta, edite da Ladolfi, sono innanzitutto un atto d’amore verso le persone care e le tante altre più o meno conosciute che non ci sono più; e anche un atto di generosità verso i lettori dai capelli grigi che vedono riaffiorare nella loro memoria luoghi e figure simili a quelli dipinti da Ottaviano. Ho detto dipinti perché la scrittura semplice e a un tempo vivace di questo libro ricorda un quadro fiammingo, in cui la precisione del disegno si combina con il colore di un affetto ancora vibrante, tra dolcezza e malinconia. Riuniti in vari capitoli tematici, i ricordi fanno emergere a tutto tondo le figure del padre napoletano, stabilitosi a Brescia dopo aver combattuto nella Grande guerra, della madre mantovana che fa la pasta in casa, canta e cita proverbi, e quella dello zio scombinato che forse scontava i traumi della guerra e della prigionia.
Alle memorie private — i coinquilini di corso Mameli, Santa Lucia, le letture infantili, i primi approcci alla politica nel momento dello scontro tra democristiani e comunisti — fa da sfondo uno scenario corale — l'oratorio della Pace di padre Bevilacqua, la Mille Miglia, la palestra della Forza e Costanza, la media Romanino —, un quadro che stimola le riflessioni, inframezzate e contraddistinte dal corsivo, che conducono il discorso alla Brescia di oggi, per sottolinearne i forti mutamenti. Arrivati alla fine ci accorgiamo che Ottaviano ci ha fatto rivivere la sua storia con il sapore della verità, ma anche una parte della nostra. Tornando nel luogo d’infanzia che ci pareva smisurato, come lui scopriamo che è minuscolo; come lui risentiamo il bruciore di una sculacciata inflittaci per una sbadataggine, come lui ci rammarichiamo di non avere parlato di più con nostro padre, di non aver chiesto più cose alla nostra mamma, sopraffatti dalla timidezza, dal riserbo, dalla distrazione.
Pietro Gibellini

