Ottaviano e i ricordi. Una vita attraverso le finestre di casa
di Claudio Toscani
A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta, Alberto Ottaviano, addetto stampa e giornalista, abitava da bambino un'animata via del vecchio centro storico di Brescia. “Solo quella mia prima casa aveva due finestre che davano direttamente sulla strada”. Dalla finestra della memoria, per non dire del cuore, dell'anima il maturo autore rivede la sua vita, la sua storia, se non addirittura il suo destino.
Quanti scrittori hanno preso l'abbrivio, per sgomitolare la matassa della loro esistenza, da una casa, una città; da una famiglia, un parente, un amico? Ottaviano inizia da un appartamento in affitto al civico 52 di corso Mameli del capoluogo orobico, quattro rampe di scale verso il lucernario, un'ampia cucina, una sala teatro di giochi, la stanza da letto dei genitori, la sua e dei suoi fratelli.
Non è la machette di un'agenzia immobiliare ma la mappa d'una genetica topografia personale, di quelle che stampano il tratto d'un individuo, le coordinate d'un catasto spirituale. Spazi che hanno stabilito i modi della convivenza, le tendenze culturali e morali, le condivise abitudini: “Lascia e raddoppia”, Festival di Sanremo, radio come colonna sonora, tv come domestica sala cinematografica.
Il ritmo della prosa è battente: del resto, a un giornalista esperto non si insegna certo come tenere fermo il lettore. Se poi il “pezzo” riguarda la propria vita e i ricordi di tanti anni inondano le pagine tanto da obbligare all'equilibrio tra flutti e ritorni d'onda, allora l'esperienza della scrittura prende le redini del racconto. Sfilano al vaglio amicizie remote ma ancor vive, scuole medie superiori, l'universo femminile e quelle prime “limonate” (che non erano bibite...). Così con un sapiente uso di intermezzi temporali (brani recenti che commentano quelli passati) giungono i tempi della “Mille Miglia” (con Brescia capitale della grande corsa) e dei suoi campioni; del film per adulti adattati al caso, dei “mostri sacri” della celluloide; delle partite a pallone, fino ai magnetici episodi di guerra del padre e alle descrizioni dei lavori materni in casa e fuori.
E c'é anche un rammarico: “Troppe le parole non dette tra me e mio padre, tra me e mia madre. Non so quasi nulla della loro vita da giovani. Domande non poste, racconti taciuti o solo accennati”. Poi, dopo che il libro si è fatto genealogia di famiglia fino al momento delle vacanze adolescenti, la “cronaca” del giornalista Alberto Ottaviano recupera primi amori e primi lutti, quasi consapevoli sgomberi di guerra e crisi economiche. Conclusione: ”Sento il peso del corpo (…) Forse mi pare di assomigliare ai miei genitori quando erano anziani solo perché sono ormai anziano anch'io. Vecchio, insomma...”.

