Uno dei capolavori della poesia modernista russa del primo Novecento, i Canti di Alessandria di Michail Kuzmin, solo parzialmente noto al lettore italiano nelle traduzioni prima di Renato Poggioli, poi di Annelisa Alleva, viene oggi offerto nella bella e curata versione integrale di Paola Ferretti (corredata da esaustivi testi introduttivi, Giuliano Ladolfi editore, pp.121, e 12,00). La genesi di questo ciclo di poesie, pur nella sua linearità,
è complessa e percorsa da una viva aspirazione a scavare nella musicalità della parola. Il primo nucleo del 1906 apparve poi con numerosi accrescimenti nella raccolta Reti del 1908, e nel 1921 il poeta accompagnò poi alcuni dei suoi testi con adattamenti musicali di propria fattura.
Composti in vers libre, una forma di nicchia nella produzione poetica russa del tempo, I Canti di Alessandria sviluppano specifiche intonazioni del poeta che si inseriscono in un suo più ampio progetto creativo, nel quale erano comprese ricercate elaborazioni delle forme prosastiche. Sia nel loro respiro che nei temi affrontati, i Canti di Alessandria risentono notevolmente delle Chansons de Bilitis di Pierre Louÿs e della ricca letteratura
di soggetto egizio, da quella di Gustave Flaubert a quella di Anatole France, ma anche di testi minori, quali Les contes populaires de l’Égypte ancienne di Gaston Maspero.
La prima motivazione dei versi è infatti legata al viaggio intrapreso da Kuzmin in Egitto nel 1895, da Costantinopoli ad Atene, a Smirne e Alessandria, fino al Cairo e Menfi in compagnia di un misterioso «principe George».
Poeta raffinato e talvolta accusato di eccessiva affettazione e di estetismo, Kuzmin che nel 1910 con il suo manifesto teorico Della bellissima chiarezza sostenne le ragioni di una poesia volta all’armonia, al rigore e alla simmetria aveva vissuto una gioventù spiritualmente travagliata, viaggiando e ricercando sempre nuovi approdi (anche in Italia, alla cui cultura fu molto legato) per la sua sensibilità di uomo e di artista, lui che era legato al mondo dei vecchi credenti ma aveva origini nobili e una madre francese. L’inquieta attitudine affettiva del poeta si riversa in tutta la sua opera, e in questa prospettiva i Canti di Alessandria costituiscono una sorta di cartina di tornasole del suo retaggio artistico.
Alessandria è simbolo dell’armonia perduta, è città della memoria, ma lontanissima dagli stereotipi e dalle citazioni erudite dei simbolisti, rivisitata com’è in modo del tutto originale in una prospettiva che non ha niente di libresco o di convenzionale, poiché trasferisce il magnifico mondo egizio e ellenistico nella sensibilità contemporanea.
Fra l’altro, Kuzmin fu ad Alessandria proprio quando in città era presente anche il grande poeta neoellenico Kavafis, e nei suoi versi combina l’esperienza autobiografica con quella culturale. Da qui il piano mitopoietico dove si stagliano figure come Antinoo, Adone, Penelope, il dio Ptah, figure che nel complesso processo delle reincarnazioni narrative si vanno a combinare con numerosi personaggi e auto-proiezioni rintracciabili nelle altre opere del poeta, a partire dall’eroe del romanzo omoerotico Ali.
Kuzmin vide Tiro, Efeso e Smirne, vide Atene, Bisanzio e Corfù, vide anche l’eccelsa Roma; ma Alessandria sarebbe rimasta il primo amore, la prima bellezza viva nel ricordo e specularmente capovolta nella parola poetica fino a identificarsi nell’Ultima Thule della raccolta La trota spezza il ghiaccio, versi di congedo prima di un lungo silenzio e la morte nella ormai poeticamente vuota Leningrado.
Stefano Garzonio

