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Luca Benassi su "I racconti della cataratta" di Cruciani

“I racconti della cataratta” è uno di quei libri che mettono in difficoltà i librai nel momento in cui debbono sistemarli sugli scaffali per la vendita. In un’epoca di rigide categorizzazioni letterarie, nella quale il romanzo ha un primato assorbente rispetto ad altre modalità di scrittura in prosa, questo testo di Filippo Cruciani sfida la tassonomia dei generi. All’apparenza è un libro di racconti, ed in particolare di quella sottospecie che è il racconto storico; eppure, fin dalle prime pagine, ci si rende conto che alla narrazione pura si associa il piglio divulgativo e saggista del professore universitario. Cruciani, che è titolare della cattedra di Oftalmologia alla Sapienza di Roma, indugia nelle definizioni, nelle trattazioni, nelle spiegazioni, nelle citazioni dei termini latini.

 

L’oggetto di trattazione si palesa fin dal titolo ed è la patologia della cataratta, Cruciani costruisce una piccola “storia della cataratta”, dalle antichità classiche, quando la malattia era un castigo divino, fino ai primi approcci scientifici di Ippocrate, al medioevo, all’epoca moderna, fino alla prospettive future. “I racconti della cataratta” sono (anche) una piccola e bellissima storia della chirurgia, non solo in ambito oftalmico, dove non mancano certe descrizioni di resezioni e suture a volte cruente per il lettore comune, che ben figurerebbe fra gli scaffali dei saggi storici. Dunque, è proprio questa unitarietà del testo in una prospettiva storica a far dubitare anche del genere del racconto: in questa storia personaggi storici, vicende, narrazioni ritornano come se ci si trovasse di fronte a un romanzo del quale ogni racconto costituisse un singolo capitolo.

Questo libro è una storia della cecità. In senso vero, reale - la patologia della cataratta - ma anche metaforico e letterario. La cecità appare nel testo come metafora dell’ignoranza, come disperazione, come povertà sociale e spirituale, ma anche come condizione dalla quale si deve partire per poter progredire e fare nuove scoperte, per rompere gli schemi, le gabbia della tradizione che impediscono la sperimentazione e l’applicazione di nuove tecniche. I racconti della cataratta sono testi sulla fratellanza e sulla voglia di vivere: solo chi vede può curare e guidare un cieco, e solo la voglia disperata del cieco di aprire gli occhi e buttarsi nel mondo luminoso consente al medico di operare la guarigione, attraverso un atto di fiducia – abbandonare la fragile liquidità dell’occhio al ferro aguzzo del chirurgo – che ricorda le molte parabole evangeliche che hanno come oggetto proprio la vista e il suo recupero.

Ciò che colpisce il lettore è l’atteggiamento di Cruciani del tutto estraneo allo scrittore in cerca di gloria o al professore erudito che si erge in cattedra: è, invece, l’atteggiamento umile, umano, vero, di chi sa che la malattia va vissuta e sconfitta in mezzo alla gente. È l’approccio di chi è consapevole che il male è prima di tutto l’espressione di un desiderio, di un contatto, di una voglia ineludibile di speranza, e che compito del medico è lottare quotidianamente per questa speranza.

 

Luca Benassi

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