La stanza spoglia sta appesa a un poster di Ken Parker. Il letto, sfatto. Qualche boccone di focaccia: il bolo con cui inghiottire un paio di Lorazepam. È una mattina qualunque, è la solita giornata divaricata sul volgare tempo ciclico, a mostrare tutto il vuoto dell’uomo bidimensionale che la sta vivendo.
Alberti Pasina – bresciano, quaranta anni, molti mestieri e una scrittura esplosa – descrive orizzonti padani con quel cinismo neutro tipico del minimalismo americano. I suoi «Racconti. Prima sessione» (Giuliano Landolfi Editore) già dal titolo inquadrano un autore che sfugge alle identificazioni come alle profezie, uno che scrive quando se la sente, di getto, senza bozze o appunti.
Alberti procede «per accumulazione», incamera storie e poi le schiaffa in pagina al grido «cinque minuti di rabbia». Storie in cui la merda esala dai campi spandendosi in quartieri deserti, erba «decapitata» e abiti di seconda mano stesi a un sole che muore dietro «cubi prefabbricati. Contenitori vuoti, spenti, silenziosi».
La generazione di mezzo si muove al ritmo new wave, fra briscola e biliardo, fumo e Coca Avana. Incerta se godersi il trip tangenziale su una Citroen AX (disegnando «visi di donna e alberi spogli»), o vivere nel mondo sotto sforzo. Come i giocatori di tennis che urlano «per dare maggiore convinzione ai propri colpi». Sono uomini che – all’inizio e alla fine della «sessione», circolarmente – furono bambini capaci di fissare con occhi rapaci una coordinata, e dire: «questo posto è nostro». E andarci a fare a botte, a mangiare prosciutto, a crescere molesti. Senza sapere di un’evoluzione adulta che li porterà a «camminare sul posto», fissare i muri parlando da soli, per «evitare l’aberrante luce delle due del pomeriggio».
Il quotidiano resta livellato e caricaturale – prossimo a cedere al raptus – anche nell’espressione poetica.
«NESSUNA stagione» è la raccolta lirica severamente selezionata da Giuliano Landolfi (introdotta da un commento di Giulio Greco) per la sua condensazione incisiva. Lo stesso universo strappato, dal quale filtra un «biancore digitale» graveolente. Ma anche un inedito accenno di cuore, per cantare affinità («tu sei l’unica in grado di comprendere ciò che provo nel silenzio di un giorno orrendamente uguale al suo predecessore»), muovere il corpo («Tu sei/ tu sei su di me»), sfrondarlo («Togliti gli occhiali/ Vedere meno, solo sentire») e infine «Gettarsi sulle labbra, rompere l’attesa come se si dovesse lanciare un ferro da stiro in una vetrina, verificare sino a che punto si può arrivare».

