Il libro raccoglie una serie di lavori di Marco Beck — ex dirigente editoriale, latinista, poeta e saggista — che ben riassumono il suo impegno culturale: egli riflette su uomini e libri appartenenti all’area del confronto a viso aperto con la figura e il messaggio di Gesù. Vengono proposti scrittori che spesso sono ignorati dalla critica per il solo fatto di presentare un pensiero religioso, improntato alla fede cristiana. Nell’opera si presta molta attenzione ai testi in cui sono rappresentati i conflitti fra materia e spirito, tra luce e tenebre, tra senso e assurdità dell’esistenza, soprattutto quando essi riguardano gli strati più umili della società. Seguendo la lezione del card. Martini, uno dei suoi maître à penser, l’A. ci ricorda come lo spirito umano oscilli di continuo tra i due poli della fede e del dubbio, con varie sfumature intermedie (cfr p. 91). Il volume si compone di cinque sezioni: «Tra Bibbia e letteratura»; «Letteratura come fede»; «Antiqua semina Verbi»; «Novecento e dintorni»; «Quattro “evangelisti” moderni». Nella prima sezione l’A. fa risaltare l’intreccio tra Bibbia e letteratura, attraverso letture attualizzanti del profeta Geremia, del Cantico dei Cantici e del libro di Giobbe. Nella seconda sezione spicca la tematica dell’editoria di ispirazione cristiana. Citando p. Antonio Spadaro, l’A. ricorda che «la letteratura è un gioco serio, cioè un “mettersi in gioco”» (p. 44). E questa serietà e incondizionata disposizione a mettersi in gioco era ciò che l’A. chiedeva, in quanto editor, agli aspiranti autori della San Paolo. Oppure chiedeva loro di essere «inquieti ricercatori dell’assoluto», secondo la bella immagine offerta da p. Ferdinando Castelli, di cui viene ricordato come il cor inquietum costituisca «l’elemento trainante della letteratura» come ricerca — vincente o perdente, in ogni caso strenua — della Verità, dell’Assoluto, dell’amore di Dio (cfr p. 91).
Nella terza sezione si leggono le singolari «intuizioni pre-cristiane» in autori della grecità e della latinità classica. Ad esempio, il carpe diem, di oraziana memoria, è un’esortazione a concentrarsi sul giorno vissuto «in presa diretta»,a coglierlo, a gustarlo. Esso sembra «riecheggiare la scabra, ma costruttiva sapienzialità del biblico Qoelet» (p. 160), e può essere visto in consonanza con l’esortazione di Gesù a non «affannarci per il domani», perché «a ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). Per questo Simone Weil, scorgendo alcune affinità fra il pensiero classico e il messaggio cristiano, parla di una «intuizione precristiana» di Orazio (cfr p. 161). Nella quarta sezione sono presenti profili di scrittori del Novecento e contemporanei, affascinati o anche solo inquietati dal Vangelo. Si parte dall’itinerario di sintesi tra critica letteraria e scavo spirituale, e ci si riferisce di nuovo a p. Castelli, in particolare alla sua opera Volti di Gesù nella letteratura moderna. Infine, l’ultima sezione offre ritratti — sia nella dimensione umana sia in quella letteraria — di quattro importanti interpreti dell’intreccio tra fede e ragione, caduti quasi in una damnatio memoriae, in cui li ha oggi relegati l’industria editoriale: si tratta di Italo Alighiero Chiusano, Mario Pomilio,Ferruccio Ulivi e Luigi Santucci. In conclusione, questa di Beck è un’opera ben curata, che offre interessanti spunti di riflessione e stimola a muoversi, con quello «spirito inquieto» di agostiniana memoria, in un cammino di ricerca continua della Verità.
Valentina Cuccia

