Gentile Fabio Franzin,
la lettura di "Fabrica e altre poesie" mi ha portato una grande tenerezza mentre leggevo, anzi, mentre ascoltavo dentro di me la voce recitante parole intonazioni luoghi cifrati di espressioni che non hanno corso altrove. Vero ritorno a un'infanzia sempre presente e vivissima, evidentemente.
Quando l'occhio si fermava sulle parole però, si presentava il rischio di gelare lo scorrere, la lettura mentale. Il suono interiore (non "dico" il dialetto che malamente) non si traduceva così facilmente in quelle parole scritte. Mi chiedo perciò come possano leggere, o meglio cosa possano leggere i non parlanti il dialetto. Scrive lei stesso la versione in lingua dei suoi testi? Le poche volte che l' ho confrontata mi è sembrata, non a caso, più "arricchita". Dovrò leggere i suoi testi in lingua, è necessario (e sarà un piacere). Perché è vero che dalla comprensione del testo in lingua si torna facilmente al dialetto, ma con signoria ben diversa.
La tenerezza di cui dicevo è anche una cifra molto importante dei suoi testi, che si tendono su un crinale tra memoria e veridicità e le tengono legate. E questo mi sembra un vantaggio che il dialetto offre, e che in lingua avviene, mi pare, in quanto la memoria sia rappresentata da elementi storici e culturali condivisi.
La saluto e le esprimo la mia ammirazione
Cristiana Fischer

