Tratto da "SALONE DEL LIBRO/ Le "polpette" di Saba ci salveranno dalle aziende di lavatrici?"
[...] Capita infine, di trovare un editore come Giuliano Ladolfi, che da oltre vent’anni assume su di sé la colpa e il vizio della poesia nella piccola Borgomanero: dapprima circuendo i suoi studenti e appassionandoli all’arte dei versi; quindi fondando con alcuni di loro quella che a cavallo tra gli anni Novanta e Duemila è stata con ogni probabilità la più importante rivista italiana di poesia; infine, da poco più di due anni, con la traduzione in casa editrice di questa esperienza ventennale di fare comune.
Fare comune, ecco. Sono il verbo e l’aggettivo che caratterizzano le esperienze più brillanti che si incontrano al Salone e che interrogano di più su che cosa voglia dire e a che cosa serva, oggi, nell’epoca dell’overload informativo, con i costi di stampa e di diffusione ormai a portata di tutti, fare cultura. E se fare l’editore significhi tendere a fare cultura. Gli esempi citati condividono alcuni aspetti: una passione precisa e acuta per l’oggetto culturale che propongono; la lotta pervicace per sopravvivere economicamente, che com’è noto acuisce i sensi; il desiderio di cercare e allargare il proprio pubblico, ma anzitutto di conoscerlo ed esserne riconosciuti.
Allargare il pubblico – quindi – non per emulare quelle aziende di lavatrici travestite da editori che sono ormai i grandi gruppi, ma per condividere il peso e la gioia di fare cultura. Soprattutto, per condividerne il senso reale, per riportare la cultura al suo senso profondo di espressione e terreno fertile (cultura/coltura) di una vita comune.
È così, per questa inutile necessità, che è nata l’arte, quando a Lascaux il più strano del branco raccolse della polvere da terra e disegnò un cavallo sulle pareti della grotta. Ed è meraviglioso che a ventimila anni di distanza ancora ci siano uomini che per questa inutile necessità sentono di dover vivere.
Persino tra le luci al neon della fabbrica di Lingotto.
Daniele Gigli
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