Probabilmente i selvatici sentono la presenza – di là dal ruscello che mi fa da confine - delle bestiole del Maggi (Giancarlo Galli nda), un ex-funzionario della dogana svizzera. Capelli bianchi, guance rosse ed occhiali con montatura larga. Con un viso che abbozza il sorriso. Ti mette a tuo agio. Ma gli occhi e l’animo sembrano ancora indagare. Con indosso indumenti da divisa di frontiera, mai dismessa nel suo grigiognolo sfumato d’azzurro.
Nato in un paesino arroccato sulle falde del Generoso – non lontano da Mendriso – dove tira aria tagliente d’inverno e fresca d’estate, il padre ferroviere lo ha mandato alla scuola delle guardie di frontiera e lì è cresciuto con l’innato senso del dovere e dell’appartenenza a una cultura di radici ataviche di semplicità e ordine (Cap. VI).
Abbiamo perso la cultura della terra – ci raccontiamo il Rodolfo ed io – e ne abbiamo assimilata un’altra, consona alla resa immediata, costi quel che costi, non importa cosa produci. Solo la necessità forse potrà spingerci a rivedere dove stiamo andando e a scoprire l’anello mancante della catena (Appendice – cap. 05).
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