Queste Storie di una casa perduta, edite da Ladolfi, sono innanzitutto un atto d’amore verso le persone care e le tante altre più o meno conosciute che non ci sono più; e anche un atto di generosità verso i lettori dai capelli grigi che vedono riaffiorare nella loro memoria luoghi e figure simili a quelli dipinti da Ottaviano. Ho detto dipinti perché la scrittura semplice e a un tempo vivace di questo libro ricorda un quadro fiammingo, in cui la precisione del disegno si combina con il colore di un affetto ancora vibrante, tra dolcezza e malinconia. Riuniti in vari capitoli tematici, i ricordi fanno emergere a tutto tondo le figure del padre napoletano, stabilitosi a Brescia dopo aver combattuto nella Grande guerra, della madre mantovana che fa la pasta in casa, canta e cita proverbi, e quella dello zio scombinato che forse scontava i traumi della guerra e della prigionia.
Alle memorie private — i coinquilini di corso Mameli, Santa Lucia, le letture infantili, i primi approcci alla politica nel momento dello scontro tra democristiani e comunisti — fa da sfondo uno scenario corale — l'oratorio della Pace di padre Bevilacqua, la Mille Miglia, la palestra della Forza e Costanza, la media Romanino —, un quadro che stimola le riflessioni, inframezzate e contraddistinte dal corsivo, che conducono il discorso alla Brescia di oggi, per sottolinearne i forti mutamenti. Arrivati alla fine ci accorgiamo che Ottaviano ci ha fatto rivivere la sua storia con il sapore della verità, ma anche una parte della nostra. Tornando nel luogo d’infanzia che ci pareva smisurato, come lui scopriamo che è minuscolo; come lui risentiamo il bruciore di una sculacciata inflittaci per una sbadataggine, come lui ci rammarichiamo di non avere parlato di più con nostro padre, di non aver chiesto più cose alla nostra mamma, sopraffatti dalla timidezza, dal riserbo, dalla distrazione.
Pietro Gibellini

