In questo suo lavoro Ottaviano ritorna agli anni dell'infanzia e della prima adolescenza, tracciando con la memoria una sorta di "lessico familiare": una famiglia, la sua, che diventa il periscopio attraverso cui osservare i modi di vita della società italiana di sessant'anni fa. Con la narrazione siamo, dunque, nei primi anni Cinquanta del secolo scorso: una casa nel vecchio centro storico di una città lombarda mai esplicitamente nominata (ma evidentemente Brescia); un negozio molto particolare, dove si vendevano articoli militari e si confezionavano divise per gli ufficiali; l'oratorio dei padri filippini della pace, dove padre Giulio Bevilacqua, amico di Giovanni Battista Montini e futuro cardinale-parroco, teneva le sue lezioni ai giovani.
Con una scrittura sobria e fresca, sul filo della memoria (una memoria prodigiosa per accuratezza di dettagli), Alberto Ottaviano fa dunque rivivere la vita quotidiana della sua famiglia: le consuetudini, i "riti" familiari, le feste di Natale, le vacanze... Scorrono pertanto, nel testo, le figure dei genitori, le vicende degli zii, le storie dei lavoranti nel negozio del padre, gli amici di scuola, i primi turbamenti sentimentali. È un diario di vita con l'occhio sempre rivolto alla casa del tempo perduto; una narrazione a volte molto personale, ma con vari riferimenti al contesto sociale e culturale di quegli anni: le dure contrapposizioni tra democristiani e comunisti, la guerra fredda, le canzoni della radio, la prima televisione, la nascita del Festival di Sanremo, il boom del cinema, la Mille Miglia...
Insomma, un piacevole amarcord con il profumo degli anni Cinquanta. Fermo restando che la rievocazione del passato è accompagnata da alcuni "corsivi", che riconsiderano i luoghi e i fatti di allora con gli occhi di oggi, lasciando trasparire in sottofondo la consapevole malinconia per la inesorabile azione del tempo.

