Di nascosto ci diamo l'idea di Dio, tutti possiamo farlo, ma spesso attraversiamo le cose senza vederle» dice Franco Loi, che debuttò nel 1975 con il poema Stròlegh pubblicato da Einaudi e prefato da Franco Fortini.
«Molti intellettuali e letterati si professano atei, e poi magari sono superstiziosi, credono al malocchio dei gatti neri e non passano sotto una scala aperta, mentre la gente più umile spesso è in contatto con Dio senza saperlo, perché va diritta all'essenza delle cose». -E il poeta ricorda una lontana visita a padre David Maria Turoldo:«Mi disse: “Vedi, sono stato poverissimo, la mia casa non aveva nemmeno la cappa del camino, mangiavamo per terra per avere un po' di calore. Non è la povertà la disgrazia maggiore, ma la ricchezza, perché chi più ha più vuole e così facendo perde la solidarietà. mentre la gente umile è piena di fiducia verso il prossimo”».
Franco Loi lavorò a lungo anche per la RSI, per la quale curò trasmissioni sulla letteratura e sul costume e realizzò interviste in studio:« Mi portò a Lugano Vittorio Sereni, presentandomi Eros Bellinelli che allora, mi pare fosse il 1976, era a capo della cultura alla radio. Avevo frequenti rapporti con gli scrittori ticinesi, Giorgio e Giovanni Orelli, con il grigionese Grytzko Moscioni, ma soprattutto con il poeta dialettale Fernando Grignola, di Agno, autore di splendidi versi e a cui scrissi una prefazione.
Allora c'era un contatto più stretto tra la cultura italiana e quella ticinese, uomini come Dante Isella e Reno Bianconi ne alimentavano gli incontri». Fu proprio Isella il primo ad accorgersi del poeta Loi, recensendo positivamente alcune poesie di Stròlegh uscite nell'Almanacco dello Specchio Mondadori: «A lui devo la conoscenza di Delio Tessa, me ne parlò a lungo come di un importante protagonista del '900 letterario. Allora lavoravo all'ufficio stampa Mondadori, dove conobbi Ungaretti e Hemingway, ma il ricordo più bello è per Arnoldo, un uomo che mantenne sempre un grande rispetto per i dipendenti e un amore sviscerato per i libri, tanto da portare personalmente i nuovi assunti allo stabilimento di Verona e mostrar loro come si facevano».
Poi l'incontro con Vittorio Sereni, che Franco Loi ha ricordato in un testo per il libro Un posto dì vacanza - luoghi di una poesia in cui il fotografo varesino Carlo Meazza ha documentato con splendidi scatti in bianco e nero il paese di Bocca di Magra, dove il poeta luinese trascorreva lunghi periodi estivi.
«Quando lo conobbi, avevo letto soltanto i grandi classici, Omero, Ariosto e Tasso, e Sereni mi chiese se scrivessi poesie. Al mio no, rispose solamente "meglio così" e non se ne parlò più. Lui però aveva antenne dappertutto, e così qualche anno dopo venne a sapere che le poesie nel frattempo le avevo scritte, cosi mi chiese di poterle leggere e gli pollai alcuni brani di Stròìegh. Quando lo rividi, mi abbracciò piangendo e mi disse: "certe poesie su Milano avrei voluto scriverle io" il più bel complimento che potessi ricevere».
Da allora Loi non è mai venuto meno al suo credo, quello di dar voce ai diseredati, agli sfruttati, attraverso un linguaggio a volte fortemente espressionista, altre più lirico e meditato, comunque ritmato e spesso grottesco. «La poesia è la strada verso la conoscenza di noi stessi, il nostro inconscio, infatti, "sa" più di quanto noi sappiamo coscientemente. Dante diceva: "Io sono uno me stesso, quando l'amore mi spira, io vo' significando”, e Leopardi sosteneva che il poeta dovrebbe sempre ascoltare il popolo quando parla, perché più vicino alla natura e privo di logica. La poesia va trasmessa oralmente, i suoni sono importantissimi, come la cultura di chi scrive. Oggi sono in tanti a buttar giù versi, ma occorre sempre studiare e migliorarsi, non basta la facilità di espressione».
Mario Chiodetti
Corriere del Ticino

