È una scrittura profondamente umana, civile, nel senso più nobile del termine, per la sua connotazione di impegno sociale su più fronti; il messaggio che ne riceviamo è duro, direi spesso crudo, seppure ammantato di raffinata musicalità e, raro a trovarsi nella poesia di oggi, di rigorosa grazia estetica.
A conferma, però, che l’urgenza del dire non teme di affidarsi ad ogni possibile forma di espressione della parola, troviamo, tra le poesie, anche alcune opere in narrativa, come il delizioso racconto Soave e invecchiato (Polistampa, 2007).
Quasi d’obbligo leggerlo prima di affrontare la lettura de Il braccialetto di Toledo.
In uno stile inaspettatamente leggero e vivace, ricco di colori e suoni dialettali, si farà la conoscenza di un bizzarro e tenero personaggio, Giuseppe D’Amore, cronista apparentemente svagato, attirato dall’“inutile” poesia come le mosche dal miele, in realtà tenace e determinato nel cercare di capire il senso vero di ciò che gli capita: l’alter ego di Michele, una proiezione del suo io (ma non solo) con cui l’autore si diverte a muoversi tra le pagine.
Un alter ego che puntualmente ritroviamo protagonista anche ne Il braccialetto di Toledo. Questo l’incipit in cui se ne abbozza una descrizione:
“Sotto il ponte all’Indiano, nel tratto terminale che immette in Scandicci, non si capiva se era la campagna a resistere o se quel verde che si vedeva rappresentasse l’evidenza residuale di un passato se non glorioso, almeno dignitoso, con tanto di chiesetta in pietra. Tra fili di ferro, rottami qua e là e spezzoni di lamiere, D’Amore, cronista e pennivendolo, aveva cercato asilo in una zolla verde, dove si era accovacciato a prendere appunti. Era così diventato uno dei punti semianimati che si guardano in corsa da quel ponte, omaggio fiorentino al ponte di Brooklyn, riuscito peraltro piuttosto benino.
“È un caro ragazzo, un po’ suonato”, deduceva il capo della mobile Barabei percorrendo il ponte con la volante, in direzione Firenze, e vedendo una specie di piccione accovacciato a scrivere su una zolla d’erba. Lo aveva lasciato lì poco prima, su sua esplicita richiesta. “Devo raccogliere le idee”, aveva sentenziato D’Amore rivolgendosi all’amico poliziotto, che se l’era portato dietro alla periferia della città, tra gli isolotti lunari della frazioni di Mantignano e Ugnano, per “sfrattare” un ex operaio, con mansioni di cuoco alla mensa aziendale, licenziato due settimane prima.”
Iniziare a leggere un libro è sempre un’ avventura. A cosa si andrà incontro? Quali personaggi balzeranno fuori dalle pagine? Quali luoghi? Che cosa ci diranno, o quali silenzi verranno sottolineati?
Prendendo in mano un libro per la prima volta, ancor prima che la lettura possa soddisfare ogni curiosità, sono tanti gli appigli a cui si può far ricorso per cercare di anticiparne il contenuto: autore, titolo, casa editrice, eventuali illustrazioni… E qui gli appigli non mancano. Il compito è addirittura facilitato nel caso in questione, complici i numerosi disegni di Paolo Penko che procedono di pari passo con la narrazione ritraendo artistici, significativi dettagli e vedute della città. Il racconto è inoltre corredato, alla fine, da un interessantissimo saggio iconografico a cura di Anita Valentini sul significato e la simbologia nel corso dei tempi, attribuiti al melograno e ai suoi frutti, in stretto rapporto alla figura di Eleonora, rappresentata in copertina.
Tuttavia finché la lettura non sarà completata non potremo mai dire di esserci appropriati di un libro, anche se in questo caso, in parte, io mi ero già fatta un’idea leggendo la dedica scritta di pugno da Michele nel consegnarmi il suo libro: “Ad Annalisa… questa storia di amicizia possibile nelle strade della città”. L’autore aveva posto l’accento sulla parole amicizia e città.
Il braccialetto di Toledo si presenta in un’elegante veste grafica dove campeggia il ritratto della bellissima Eleonora di Toledo, raffigurata, quasi ricreata, per la naturalezza della sua espressione tale da farla sembrare quasi viva, dalle abili mani del Bronzino.
Eleonora di Toledo, figlia del ricchissimo viceré di Napoli, nella primavera del 1539, ad appena diciassette anni, andò in sposa a Cosimo I de’ Medici. Nonostante il matrimonio fosse stato, come era d’uso all’epoca, combinato e mirasse a rafforzare la posizione politica ed economica di Cosimo, la coppia si amò di amore sincero e duraturo mettendo al mondo una numerosa prole e assicurando al casato una discendenza per almeno i due secoli successivi.
Eleonora, già famosa per la sua bellezza e l’innata maestà del portamento - come traspare in maniera folgorante dal ritratto - accompagnata da un fratello e con una serie di galere al seguito, salpò da Napoli per approdare a Livorno nel mese di giugno del 1539.
Pochi giorni dopo, la coppia ducale fece il suo ingresso solenne a Firenze, a cui seguirono gli sfarzosi festeggiamenti dello sposalizio. Eleonora e Cosimo presero la residenza nel Palazzo Medici dell’allora via Larga, oggi Palazzo Medici Riccardi in via Cavour. L’ingresso di Eleonora segnò una vera e propria rivoluzione nelle abitudini e nella vita della famiglia Medici, assai meno sfarzose e raffinate della nuova arrivata, per la moltitudine di dame e cavalieri di cui essa amava circondarsi e per l’attenzione che mostrava nei confronti delle arti e della cultura, poesia inclusa.
Chissà, forse ancora aleggia nelle sale del Palazzo, così ricco di tesori artistici e dove vengono frequentemente organizzati incontri culturali, il fantasma buono di Eleonora, sempre pronto a coprire con la sua ala protettrice, in tempi duri, chi ama la poesia, la letteratura, la pittura; un po’ come lo si percepisce in tutte le pagine del libro, man mano che la lettura prosegue. Una presenza invisibile ma decisiva nel delinearsi del racconto e che, con il girovagare di Giuseppe D’Amore, lentamente s’insinua nella Firenze di oggi, rispolverando vecchi splendori.
Il libro si snoda come una lunga passeggiata affrontata in segno di rispetto e nascente amicizia per un senza fissa dimora, alla riscoperta di vie e botteghe storiche della città, ricostruendo un’ampia e godibile geografia fiorentina, dalla periferia al centro storico fino agli immediati dintorni nel Chianti, alla ricerca di un inesistente braccialetto. Un girovagare che però porterà alla scoperta di altro. La ricerca destinata, tuttavia, verso la fine della storia, a concretizzarsi in insolito modo, non sarà stata vana. In una strana dimensione un po’ sognante, un po’ intrisa di glorie passate, un po’ carica di problemi attuali, il nostro protagonista si guarderà attorno in modo nuovo, posando lo sguardo attento e stupito su angoli dimenticati di Firenze, in particolare su alcune sopravvissute botteghe artigiane, tra cui quella del maestro orafo Paolo Penko, autore dei bellissimi disegni e possessore di mani capaci di dare forma artistica non solo a gemme e a nobili metalli.
L’incursione in queste botteghe da parte del protagonista ci ricorda, tra l’altro, che questo territorio storicamente ha sempre visto nell’artigianato un’asse portante dell’economia fiorentina e l’oggetto artistico nato dall’artigiano, ispirandosi ad antichi modelli, è da considerarsi un prezioso sigillo tra passato e presente. Trascurarlo sarebbe un vero insulto alla storia e al buon senso.
Questa strana passeggiata di Giuseppe D’Amore mi ricorda un bellissimo libro, intitolato proprio La passeggiata, di Robert Walser, uno dei massimi scrittori in lingua tedesca, vissuto a cavallo dell’Ottocento e del Novecento. Si tratta di un racconto breve, altamente poetico, ambientato nella cittadina svizzera, natale dell’autore. Nell’arco di una giornata, ovvero il tempo di una lunga passeggiata, in uno stile elegante, leggero e sognante, l’autore riesce a farci partecipi dell’inafferrabile bellezza, dell’incanto di ogni incontro, di ogni particolare che attira la sua attenzione. Egli è consapevole del fondo di infelicità ineludibile della vita, ma riesce soavemente a prenderne le distanze, a dissociarsene, per fare spazio a una gioiosa pace interiore. Ci trasmette un modo diverso di esistere, di vedere con gli occhi e con la mente.
Anche Giuseppe D’Amore, nel suo vagabondaggio fiorentino, impara a posare lo sguardo sulla sua città in modo diverso. Fa emergere dal buio dell’indifferenza luoghi e persone, riconduce all’accoglienza e alla piena dignità dell’amicizia un incontro casuale, facendoci riflettere sulla condizione dei senza fissa dimora, silenziosamente lasciandoci immaginare l’esercito di diseredati che sta dietro questa figura, uomini e donne abbandonati dalla società, vergognosamente fagocitati da una Firenze cieca e sorda, resi invisibili ai nostri occhi dalle nebbie di egoismi, superficialità, indifferenze, se non di intolleranze. Una constatazione amara la sua, ma anche una denuncia positiva, coraggiosa e pacifica che lascia intravedere possibili vie di speranza, come la felice conclusione del racconto sottolinea.
Annalisa Macchia

