Nella terza sezione si leggono le singolari «intuizioni pre-cristiane» in autori della grecità e della latinità classica. Ad esempio, il carpe diem, di oraziana memoria, è un’esortazione a concentrarsi sul giorno vissuto «in presa diretta»,a coglierlo, a gustarlo. Esso sembra «riecheggiare la scabra, ma costruttiva sapienzialità del biblico Qoelet» (p. 160), e può essere visto in consonanza con l’esortazione di Gesù a non «affannarci per il domani», perché «a ciascun giorno basta la sua pena» (Mt 6,34). Per questo Simone Weil, scorgendo alcune affinità fra il pensiero classico e il messaggio cristiano, parla di una «intuizione precristiana» di Orazio (cfr p. 161). Nella quarta sezione sono presenti profili di scrittori del Novecento e contemporanei, affascinati o anche solo inquietati dal Vangelo. Si parte dall’itinerario di sintesi tra critica letteraria e scavo spirituale, e ci si riferisce di nuovo a p. Castelli, in particolare alla sua opera Volti di Gesù nella letteratura moderna. Infine, l’ultima sezione offre ritratti — sia nella dimensione umana sia in quella letteraria — di quattro importanti interpreti dell’intreccio tra fede e ragione, caduti quasi in una damnatio memoriae, in cui li ha oggi relegati l’industria editoriale: si tratta di Italo Alighiero Chiusano, Mario Pomilio,Ferruccio Ulivi e Luigi Santucci. In conclusione, questa di Beck è un’opera ben curata, che offre interessanti spunti di riflessione e stimola a muoversi, con quello «spirito inquieto» di agostiniana memoria, in un cammino di ricerca continua della Verità.
Valentina Cuccia

