Ancora più tracce visibili, ancora più orme incise, più lucentezze e ombre indecifrabili e nette. Ancor più immagini stagliate entro un lessico poetico che, se si fa minimo con i minimi, fragile con i fragili, anche si carica di colori e risorse, si ampia e frastaglia d’immagini che prendono il sopravvento sulla parola e che assorbono, colpiscono, fanno riflettere.
Leggere gli ultimi lavori poetici di Liliana Zinetti, I cipressi di van Gogh (Giuliano Landolfi Editore, Borgomanero 2011, di seguito CvG) e Improvviso il mare (L’arcolaio Editore, Forlì 2012, di seguito IM) è nello stesso tempo sperimentare la doppia felicità del ritrovamento dei topoi poetici precedenti e della scoperta di un’evoluzione che li rende questa volta ancor più incisivi e precisi. Ritrovare un paesaggio, e ritrovarlo entro una luce migliore, un risalto più netto. Anche concettuale.
Abbiamo troppi senza, somme
senza resto, troppo vento ai balconi
che protende le mani.
Le navi solcano gli oceani
lasciando dietro luci a pezzi, morsi
di buio, la scia subito ricomposta.
Orme di vuoto, nome
cancellato dallo specchio,
l’agonia fiorita dei giardini.
Forse poesia è questo:
tra il buio e il buio
la rosa
Dov’è l’assenso del paesaggio?Colline azzurre e pratoline al soleil sonno del coniglio del bimboche si volta sul fiancol’erba bagnata.
Guarda, la siepe del giardinodelimita un piccolo mondod’insetti sotto un tetto d’erbe,il sorprendente azzurro di una farfallaè cielo.Il gesto del contadino che apreil ventre molle della terra,la mimesi del fiore che sfoglia ricordidel coloresono la liturgia del minimoa cui soggiace la vastità del mondo.
qui io appoggio la frontee la musica degli abetie il sorriso di un bambinoe i giorni stanchi e lo sguardoultimo di mio padree quel che sono stata – un orizzonte chiuso –e la luna che dai suoi ottant’anni favolosiancora ogni sera mia madre guardae le colpe gli errori le rosequesta è la meta, qui giungoe non sono mai partita.
vivo è il tuo sonno stremato sul tavolo la serail capo abbandonato tra le braccia, la bambinache attendeva e ancora attendeche tu esca dal sonno perché tutto ritornae scriverlo oggi che fuori piove…è esplodere verde di rami…è rendere amore all’amore...Penso che nevica anche al capanno, oggi,e che sei là, le dita fermesul cane del fucile, attentoad ogni impercettibile movimento dell’ariae non nel marmoche così freddo a pensarlo stringocon gesto troppo umanola sollecitudinedi un angolo della copertacon il medesimo spavento dell’uccelloraggiunto dallo sparo.
Né la dura e incomprensibile corteccia di una poesia tecnica e intellettualistica di alcuni contemporanei, né il manierismo vizioso di alcuni poeti accademici che amano propinare benevole critiche ai colleghi per riceverne in cambio uguale trattamento con stessa generosità entro un circolo asfittico e autoreferenziale, né la mancanza d’aria di una poesia intimistica e attenta solo ai moti interiori, possono stare al pari. Nulla di tutto ciò per Liliana Zinetti. La sua consapevole e flebile lingua giunge dal basso, dai minimi, da quell’ex-sistere stesso delle cose e delle persone. Tuttavia è una lingua forte e risoluta, cosciente essa stessa della propria finitudine (CvG, 26, 13-15):
Questa presa di posizione poetica ed etica produce una scrittura che rappresenta un argine verso forme di lingue ormai fruste e abusate a causa di uno svuotamento di esperienza, o riempite solo di esperienze virtuali. Nel mondo contemporaneo iperproduttivo di testi, dove le esperienze e le relazioni sono rese sempre più intangibili o etero dirette da forme culturali stereotipate, Zinetti pone una barriera, un alto là, un monito esemplare, fatto da una lingua poetica che sorge direttamente dal duro contatto con l’umilissimo e vivissimo mondo dei minimi, con una lingua rispettosa ma demitologizzante, sensibile ma sincera, sottile ma reale.

