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CLAUDIO PAGELLI

“le formiche”

una volta, da bambino
ne avrò bruciate a decine
forse l’intera colonia…
(ree la sera prima
di una spedizione furtiva
sul braccio ingessato
del mio amico di cortile)
era l’ira della facile vendetta
la crocefissione perfetta
di un dio minore, la felicità medievale
dell’inquisitore…


La poesia, “una gemma nell’irrisolto”

GABRIELLA MONGARDI
Lo confesso: Prova del nove di Giuseppe Carracchia (Giuliano Ladolfi Editore, 2017) mi ha conquistata fin dalle prime pagine, perché vi ho trovato le parole che più amo, parole “scientifiche” e “alpinistiche”: la mia non sarà quindi una recensione fredda e distaccata, ma una lettura che andrà a caccia di gemme, cioè di parole preziose in sé o rese tali dal collegamento con le altre, da quelle callidae iuncturae che – Orazio insegna – creano metafore folgoranti.
E qui – ripeto – tali gemme abbondano fin dalla poesia di apertura, in cui è istintivo vedere in quei “matematici furiosi o botanici” le controfigure dei poeti, che vivono in situazioni di marginalità (“le periferie del gelo russo”, “letteralmente morti di fame di stenti”), ma riescono a volte a dettare, con uno strumento di comunicazione obsoleto come la “cornetta a gettoni” le loro soluzioni a “problemi / che i più non immaginano / ma vivono giorno dopo giorno”. Come quelle cornette, la poesia è uno strumento di comunicazione d’altri tempi, fuori moda e fuori posto – sembra dirci il poeta, che pure non vi sa rinunciare. La poesia è  una forma di resistenza – o di resilienza – all’insensatezza del mondo, all’andazzo dei tempi, in nome di “una quinta dimensione, agognata / salvezza”, “alla ricerca del punto che svirgola la storia / e strappa o volta o mette orecchie alle pagine”.
Compito del poeta è “tracciare mappe sconosciute dal male al bene”, “imparare a volare, scavalcare, cercare / pazientemente porte / disseminate qua e là, nascoste” e come fa l’alpinista – altro esperto di strapiombi – riconoscere “su pareti di granito […] fessure e faglie” dove aggrapparsi per “spingere in alto la nostra storia”.


SIMONA NOBILE

Sei la misura delle mie mani, il tocco del mio cuore,
la carne da dove sono uscita,
sei l’aria che si fa leggera quando mi avvicino alla tua porta.

*

A te donna che hai ripreso a parlare
tra il ricordo di un sorriso
e l’incespicare di una lettera mancante…
Il tuo diario è soffio per il mio cuore
quando ricalchi parole a te sconosciute
con una penna rotonda
a sufficienza per essere tenuta in una mano.
La stringi forte:
bastone a ricordo
di un sostegno che si fa speranza,
sillaba che si arruffa tra la bocca e i denti,
moncone da copiare su un foglio,
pezzo di parola che ruota nella mente.
Pronta a distendersi in morbida uscita.


  1. La collina di martiri e di sogni su Avvenire
  2. Il Corpo, L'eros - recensione di Nicola Licciardiello
  3. Comunicato Stampa
  4. La seconda nascita su Il Barbadillo

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