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Prima lettura: Là dove s’immagina (riflessioni su Rapsodi, Aedi, Iperuranio e Blue Notes)
Non sono certamente uno storico della filosofia né un esperto di Platone ed amo la filosofia così come chiunque abbia scelto della propria vita lo specchio artistico, specchio che sa dare equilibrio e che non conosce cadute e semmai spinge l’osservazione del Sé nella Storia delle Idee, nella Storia dell’Umanità intera.
Per questo mi sento libero di viaggiare nel Testo Libero di Stefano Cazzato senza alcun limite anche ad una prima lettura, “Opera Aperta” che non può non condurmi all’ampliamento della mia libertà interpretativa, una delle tante possibili e, credo e spero, accettabili.
“Una storia platonica”: a Stefano Cazzato non manca certo l’abilità del gioco linguistico, l’amore per l’aforisma, la visione disincantata della sciarada epistemologica e, soprattutto, l’amore per quel Gioco esperto che viaggia nella memoria di chi sa far cultura con il nobile senso della leggerezza.
Una storia platonica ovvero una Storia d’Amore (Eros e non Thanatos) sublimata per giungere ad Amori superiori (Arte, Morale, Scienza, Spirito)? Non credo. Una storia platonica che vive di riflessioni più che di pratiche materiali; una storia scritta e non scritta, una storia fatta di storie che rimandano ad altre storie, essendo tutte storie della Storia.
di Gabriella Mongardi
Quella di Fabiano Spessi è una poesia che si sporca le mani. Con piena avvertenza e deliberato consenso. Questo carattere, già evidente nella precedente raccolta, Una promessa di felicità, Ladolfi editore 2016, è ancora più accentuato in La seconda nascita, uscita sempre per Ladolfi a dicembre 2017.
La lunga poesia liminare di La seconda nascita, Un modo bugiardo di dire la verità, è un vero e proprio manifesto di poetica, a partire dal titolo ossimorico che è una splendida definizione della Letteratura, una definizione in cui si avverte l’eco dell’imperativo dickinsoniano “Di’ tutta la verità, ma dilla obliqua”. Nel caso di Emily Dickinson, l’“obliquità” è data dalle metafore ardite, dalla sintassi spezzata che rendono la sua dizione ermetica, oscura; in Spessi invece sembra di avvertire quasi un’insofferenza proprio per la poesia intesa come “scrittura in versi”, come registro alto della lingua; e in effetti i suoi versi tendono alla prosa sia per le scelte lessicali, sia per l’assenza di rime, sia soprattutto per un “andare a capo” che sembra casuale, sbadato, a volte addirittura sbagliato.
di Franca Alaimo
Fino a qualche decennio fa poche poetesse italiane avevano avuto il coraggio di sdoganare il sesso dalla reticenza e consegnarlo a un lessico ardito, se non addirittura osceno.
A me vengono in mente solo Maria Grazia Lenisa, ormai scomparsa, e Patrizia Valduga, sebbene così distanti e per intenti e per resa stilistica: la prima, infatti, canta Dio attraverso il linguaggio umano dell’eros, e il corpo attraverso gli stilemi del sacro, nell’intento di superare ogni frattura fra carne e spirito, entrambi desideranti; la seconda, invece, mescolando insieme la compostezza della struttura formale, così largamente attinta dalla tradizione, con un lessico “sporcato” spesso dall’oscenità più cruda e da un netto rifiuto d’ogni riparo metafisico, sottolinea la frattura fra la psiche maschile e quella femminile che contrassegna anche quella gestuale e libidinosa, lasciando, tutto sommato, sulla scena della letteratura la sua nudità senza riparo.
La Lenisa ha trovato poche seguaci nella letteratura italiana, in genere (e non solo, come suppongo, per la difficoltà della sfida). Tra le autrici di questa antologia, possiamo accostarle soltanto la Narimi, la Monachino (con il loro felice innesto e spargimento di fervore mistico entro il ritmo vitale-erotico dell’Universo) e la Cerniglia che attinge ampiamente dal mito per alonare di ideale bellezza vicende intime e reali.
Molte autrici italiane, invece, si sono messe sulle orme della Valduga, rivendicando una piena libertà di espressione nell’ambito della materia erotica, che già Rimbaud si augurava quale indice di una futura, raggiunta parità fra uomini e donne (non per nulla la Lenisa si definì “la ragazza di Rimbaud”), consapevole del presupposto che da sempre la lingua scritta coincida con gli interessi della classe dominante.
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GIULIANO LADOLFI EDITORE s.r.l.
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