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di Ilaria Longo

Franco Arminio riteneva che “abbiamo bisogno di poeti” perché, probabilmente, queste figure quasi mitologiche riescono a guardare con occhi diversi la realtà che circonda. Nel Cilento, fortunatamente, sono tanti i poeti e l’anno che è iniziato da una manciata di giorni si apre proprio con una raccolta di poesie di Menotti Lerro, il giovane poeta di Omignano che per Landolfi Editore ha pubblicato ‘Decanto’, disponibile dal primo gennaio.

Lerro definisce i suoi versi “figli sbandati, farneticanti, alcolizzati, povere ombre partorite nelle sere in cui non voleva più essere poeta” e – come l’Aldo Palazzeschi che non amava definirsi poeta ma “saltimbanco” – ritiene di essere un “menestrello esilarante/esilarato” che prepara “luculliane pietanze”.

Il poeta, così, si smaschera e chiede ai lettori di sforzarsi d’immaginare queste sue nuove fantasie fuori dal mondo della poesia. Una poesia a tratti ironica e quasi irriverente perché – come egli giustamente sottolinea servendosi delle parole di Orazio – “cosa proibisce di dire la verità ridendo?”. A sottolineare questa ilarità vi è anche la disposizione grafica dei versi che, in alcuni frangenti, non sono ordinatamente e seriamente disposti sulla pagina, ma creano disordine visivo.


Dopo aver ricevuto una prestigiosissima “Menzione Speciale” nel 2016 (tra i 3 autori della Sezione “Poesia e Narrativa”) nel Premio Nazionale ‘100 Eccellenze Italiane’, esce in libreria la quindicesima raccolta di poesie di Menotti Lerro. Il testo si intitola Decanto – Giuliano Ladolfi Editore, con note introduttive di Davide Rondoni e Carlo Franza -, e ancora una volta Lerro spiazza il lettore presentando dei componimenti dichiaratamente ‘In Vino Veritas’: poesie scritte nelle serate in cui ha voluto rallegrarsi, o inebriarsi, con il succo pregiato della terra (e l’ironia è componente primaria in questi versi). Testi, quindi, completamente diversi rispetto a tutta la sua sempre sobria e molto razionale (sebbene sempre piena di pathos) produzione precedente. Molta curiosità attanaglierà il lettore nel voler scoprire la poesia e i pensieri che attraversano la mente di questo brillante autore quando l’alcol vince le sue più semplici o profonde resistenze, o quando le gioie, i dolori, i ricordi tutti, vengono de-cantati dal tempo e dalla memoria.


Carlo Franza scrive: “Queste nuove poesie di Menotti Lerro hanno l’epidermide infuocata, perché un fiume dentro vi corre come sangue nel corpo: pagine e testi scritte dall’autore come se fosse stato trasportato da un ineluttabile vortice, come in trance. […]Per questo autore, ormai nella sua piena maturità costruita mattone dopo mattone a suon di brillanti pubblicazioni, la funzione del discorso poetico può anche essere quella di interrogarsi, anche se ritmicamente o incisivamente, sulla monotonia del discorso umano, con le sue pur minime variazioni”.

Davide Rondoni nella nota introduttiva al volume scrive: “l… la varietà dei toni è uno dei pregi di questo agile libretto – notte all’inferno e terra desolata sulla costa cilentana e nella metropoli milanese. E accanto allo sferzante stile dell’ironia (e dell’auto-ironia) troviamo i momenti sospesi di una lirica, pur sempre pensosa e vibrante”.

RECENSIONE

Menotti Lerro è uno specialista della poesia inglese classica e contemporanea. Di quella tensione che percorre le opere dei poeti romantici inglesi e dei contemporanei da Eliot in poi ha assorbito la forza espressiva e l’impulso ad amplificare il dolore e la riflessione sulle pesantezze della vita, con tutte le sue contraddizioni.  Ma non è questo  che qualifica la sua poesia.


1) Quale è la motivazione del titolo Il filo rosso? Il bosco che viene raffigurato sulla copertina vuol alludere a qualcosa?

Cicerone affermava che un ottimo oratore è colui che parlando istruisce, diletta e al tempo stesso commuove l’animo degli ascoltatori. Io spero di essere in questo senso, in questo momento un buon oratore e che poi, come scrittrice, venditrice di sogni, sappia invogliare a partecipare ai miei sogni.

Prima di chiarire i motivi che mi hanno fatto scegliere come titolo “ Il filo rosso” e di illustrare il mio libro vorrei iniziare dalla scelta della copertina. Lo sfondo è rosso, come rosso è il sangue, che, come la vita, scorre veloce e caldo nelle nostre vene, come rosse da sempre sono raffigurate l’intensità delle passioni . Questo è un libro che le mette a nudo e ce ne fa spettatori partecipi.

Vi potere chiedere perché ci sia la raffigurazione di un tratto di bosco .Dante si smarrisce nelle selva oscura del peccato, a noi invece è capitato o capita di smarrirci nel bosco dei sentimenti, ove gli alberi si mescolano, si intrecciano addossati gli uni agli altri. Qualche albero ormai seccato cade al suolo, come le storie svuotate, concluse, che, pure morte, ostacolano il procedere. Rami disseccati si mescolano a nuovi virgulti. Nulla muore che non rinasca in forme simili o diverse. La forza dell’esistere prende sempre il sopravvento.

I sentimenti sono molteplici, ma sempre unici per intensità e carattere nei vari individui, il più forte e duraturo è l’amore. Come il filo di Arianna, il filo rosso dell’amore può guidarci nel nostro percorso esistenziale. Esso si snoda sinuoso, creando lenti meandri, corre veloce, si annoda si di sé in nodi lenti, in nodi stretti e dolenti, presenta, come le rose, una sorta di spine, ciò non toglie ai sentimenti la loro bellezza, il loro profumo. Seguendo il filo rosso dei sentimenti, così sfumati e così numerosi, non ci si perde. Non seguite il filo giallo dell’oro, quello verde dell’invidia, quello azzurro dell’indifferenza, quello bianco del disimpegno, quello nero della negatività; questi inducono ad altre mete che comportano la perdita di se stessi.


“ È una poesia compagna di viaggio, questa di Roberto Mosi, di un viaggio interiore, scandito essenzialmente dal tempo, come il titolo scabro lascia intuire, “Poesie 2009 – 2016” (G. Ladolfi Editore), di un viaggio che attraversa , prima di tutto, i non luoghi,; aeroporti, stazioni, ma anche ospedali, periferie, mercati perché «È nell’anonimato del nonluogo che si prova in solitudine la comunanza dei destini umani», secondo la citazione di Marc Augé che apre il volume, così:

«sulle banchine del metrò

nell’ora di punta

inceppato il fluire:

a Milano un vecchio signore

in veste da casa ha messo

fine alla sua vita,

stazione Amendola Fiera».


Anche le reminiscenze classiche, i riferimenti all’antica poesia greca servono solo a svelare, parafrasando, un’umanità dolente e dimenticata: «È forse simile a un dio

l’uomo che dorme in piedi

alla porta della stazione

discosto dal muro

i ginocchi piegati

la testa in avanti.

Intorno la folla del mattino».

Ed è la sensibilità pacata e, nello stesso tempo acuta, dell’autore, che costituisce la vera guida del viaggio, libera e senza retorica, profondamente radicata nell’esperienza di vita personale e lavorativa, del tempo per sé e del tempo per gli altri, nei luoghi stranieri, come il Monte Athos :

«Raggiungi la solitudine della cella

apri la finestra sull’oscurità

biancheggiante di onde.

Rispondi alla voce del Mediterraneo»

o nella sua città nei tempi passati:

«Sotto la loggia degli Innocenti

la ruota,la prima figlia esposta

fu chiamata Agata Smeralda»

o in quelli presenti:

«L’anello dei viali

ride dell’allegria dei giovani

giunti dagli angoli del mondo

per dipingere i colori della pace».

Così le parole evocano suoni e immagini dell’infanzia come nella poesia sulle Colonie:

«Io sono un punto,

la testa rapata

due grandi occhi celesti.

Rivive la valigia di cartone,

il canto di cinquecento ragazzi

schierati sul piazzale»

oppure riportano in vita momenti cruciali della maturità:

«si tagli l’arrosto più tenero

il colloquio con i nostri morti

diventi dolce e sommesso,

la vita ha generato la vita».

In questa raccolta, l’homo viator non è un emblema, come dice Giuliano Landolfi nell’introduzione, ma è testimone sempre attento; è soprattutto, attraverso le parole, materia vivente e pulsante , immersa nell’universo dei suoni e dei colori della memoria.”

Mariangela Arnavas


I termini della “Vita N(u)ova” che Giuseppe Cappello, con questa sua recente silloge (VITA NUOVA, Ladolfi, Novara, 2016, € 10) vuole significare poeticamente a partire dalla nascita della figlia Beatrice, non si spiegano compiutamente nel gusto della pur allusa citazione “alta”.

Essi ci riconducono piuttosto ad un raffinato piano cartesiano, in cui sintagma e paradigma fissano sempre un punto nello spazio e nel tempo, concreto e ideale, personale e collettivo, privato e pubblico insieme.

Già l’endecasillabo iniziale che dà il titolo alla prima poesia (“L’aurea increspatura tiberina”) colloca con movenza classica l’evento generatore in un luogo storico concreto, soprattutto per chi, romano, conosce l’intimo, storico collegamento tra il Tevere sabino (“è vita ancora nel ventre sabino”) e la nascita di tanti figli di Roma.

Questa dialettica tra polarità opposte è particolarmente evidente in una delle più belle poesie della raccolta, “Il pendolo del Dio”. Qui la quotidianità, che assume toni quasi crepuscolari, è continuamente illuminata da bagliori di riflessione cosmica (il latte e caffè, “carburante dell’antimeridiana” e la “tangenziale salsedine del ferro” del mare, le “volontà riluttanti” degli studenti della prima ora, che si “raccolgono piano” e che ben conosce chi insegna, accanto alla “fatica per le parole del vero”), fino alla chiusura del cerchio di un eterno ritorno, ma mai all’eguale, che riscatta nell’amore il senso della giornata (“il vortice risolve e ti stringo/I lazzi e i baci/Lancette d’infinito nel nostro tempo insieme.”).


  1. Convegno Letterario LA CRITICA LETTERARIA OGGI: LA FUCINA VENTENNALE DI Atelier
  2. IL FILO ROSSO su Il Mattino
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  4. MICHAIL KUZMIN: CANTI DI ALESSANDRIA recensione di Alessandro Niero

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