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Kathleen Jamie (1962) è una poetessa di incroci scrutati e sorpresi con grande forza poetica. Sono dispiegamenti simbolici, affermati attraverso una densità attonita e immersa che conduce nella visione interiore attraverso sporgenze, drammi, attraversamenti cangianti e vivi.

Nella vastità della sua opera, emerge La casa sull’albero, edito da Giuliano Ladolfi Editore, a cura di Giorgia Sensi, restituendoci un mondo attraversato da speciali contraddizioni e confini infiniti, e riuscendo a farci vivere il confronto tra culture con dolce spietatezza, e lo spostamento spasmodico di natura umana e natura sociale con acume e vitalità.

Giorgia Sensi nell’Introduzione scrive:

«Ciò che colpisce in tutta la poesia di Kathleen Jamie è l’immediatezza abbinata alla profondità di pensiero. La sua è una lingua molto lucida e scarna, priva di accademismi, che non ha bisogno di orpelli, solo apparentemente semplice, e i cui ritmi sono costruiti in modo da ottenere tutta la naturalezza della lingua parlata. È una lingua distillata, rarefatta, ricca di sorprendenti metafore, la cui musicalità viene esaltata dal ritmo e dagli accenti della parlata scozzese, in modo particolare quando è lei stessa a leggere la sua poesia».


di Alessandro Tadini

Negli ultimi quarant’anni l’Occidente è segnato da un tasso di fecondità ben al di sotto la “soglia di sostituzione” - 2,1 figli in media per donna - il quale garantisce la sostituzione delle generazioni e l’equilibrio non solo quantitativo, ma pure qualitativo della popolazione. Il tasso medio europeo è attualmente situato attorno a 1,5 figli per donna.

Molti scienziati ed intellettuali, infarciti più o meno coscientemente di fede neo-malthusiana, vanno sostenendo che un tale affievolirsi delle nascite in Occidente debba, in verità, considerarsi una risorsa, poiché il numero ridotto di figli e della popolazione sarebbe garanzia d’una migliore sostenibilità ambientale, economica e sociale per la Terra; e che quindi appare ridicolo, se non addirittura folle, sostenere che da sempre le popolazioni con istituti famigliari stabili, numerosi e coesi siano motivo di riuscita e prosperità per l’intera società.

Se, inoltre, si parla di “sparizione dell’identità europea”, s’è tacciati, da coloro che pure si prodigano in campo animale per la difesa della biodiversità, di razzismo culturale, come se preservare l’identità di un popolo, quanto appreso nel corso d’innumerevoli vicende storiche, umane, culturali, religiose, politiche ed economiche, volesse dire rigettare in toto quanto si riscontra nelle culture altrui.

 


di Sara Diodati

Chi sono i Servi di Dio Licia Gualandris (1907) e Settimio Manelli (1886-1978)? Si tratta di due sposi cristiani, terziari francescani, modelli di virtù nella loro lunga vita cristiana vissuta nel travagliato secolo XX. Credettero tanto nella famiglia da aprirsi alla vita fino a ventuno volte. Sì, infatti, i coniugi Manelli ebbero ben 21 figli, tra i quali anche quel Padre Stefano Maria Manelli, fondatore dei Francescani dell’Immacolata.

Seguendo questo nuovo agile ma suggestivo libro biografico di Giuseppe Brienza, intitolato Filosofia della vita dei Servi di Dio Licia e Settimio Manelli [con una “Presentazione” di P. Serafino Tognetti, Superiore Generale della Comunità dei Figli di Dio, Giuliano Ladolfi editore, Borgomanero (Novara) 2017, pp. 70, € 10], ne possiamo riscoprire la meravigliosa vita, cominciando da quella di Settimio Manelli, che nasce a Teramo (Abruzzo) il 25 aprile 1886 e morì nel 1978, proprio nel giorno della festa della Beata Vergine del Buon Consiglio, della quale fu molto devoto durante la sua lunga vita.


Silvia Rizzo
Michele Marullo Tarcaniota,
Elegie per la patria perduta e altre poesie
introduzione, traduzione e note di P. Rapezzi, Borgomanero,
Giuliano Ladolfi Editore, 2014, pp. 76

12 aprile 1500: l’arrivo della primavera con lo scioglimento delle nevi
ha ingrossato i fiumi cancellando sotto uno scorrere di acque turbinose
i guadi usuali, fra cui quello del torrente Cecina sulla strada
Maremmana che da Volterra porta al mare. Ecco giungere al guado
un cavaliere, vestito di scuro, capelli neri e carnagione olivastra, corpo
asciutto e vigoroso di uomo uso all’esercizio fisico, viso segnato
dalla vita all’aria aperta. Giunto al fiume si arresta e contempla le
acque torbide e impetuose, poi dà di sprone al cavallo e lo spinge
decisamente dentro il guado. Ecco che cavallo e cavaliere sono già a
metà del fiume, ma poi forse il cavallo scivola sul fango del fondo e
in un attimo entrambi sono sommersi dalle acque vorticose. Dopo
un po’ il cavallo si rialza, nuota, raggiunge a stento l’altra riva, ma
sul cavaliere si sono definitivamente chiuse le acque limacciose del
Cecina.


  1. LA CASA SULL'ALBERO interviste e recensione su Mosaici
  2. I VOLTI NON HANNO PIU' NOME nota critica di Gabriella Sica
  3. ROBERTO MOSI intervista su Toscana Tv
  4. HENRY ARIEMMA: ARUSPICE NELLE VISCERE su Corriere della Sera

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