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Pane e zucchero è il nuovo libro di Menotti Lerro (Ladolfi, 2016, pagg. 64, euro 10) appena pubblicato. Sorprende, perché inusuale e nello stesso tempo già noto. Sia per il contenuto (un’infanzia ricordata senza tenerezza) sia nelle forme (libere, con versi fratti, molti enjambement, con ritmi nervosi e senza mitezze). “Pane e zucchero” era la formula che, nell’infanzia nei paesi del Sud una volta (oggi non so), serviva per addolcire l’ora della merenda. Molti anni fa non c’erano le merendine che oggi si trovano nei supermercati, non c’erano panini imbottiti di prosciutto o di provole. O, meglio, c’erano, ma erano appannaggio di famiglie ricche, nobiliari o borghesi. Dopo la seconda guerra mondiale nel Sud c’era povertà, anzi miseria. Negli anni della ricostruzione fare merenda con “pane e zucchero” era il lusso delle famiglie meno abbienti. Questo titolo perciò non solo è evocativo di un tempo certamente non felice che però trovava nella “formula” del pane condito con lo zucchero un dolcificante della vita quotidiana. soprattutto dei bambini. L’altra formula, forse addirittura più diffusa nel Sud italiano, sempre in quegli anni del dopoguerra ma soprattutto della ricostruzione fino all’inizio degli Anni Settanta, era “pane olio e zucchero”  e l’altra “pane e olio”. Insomma, soluzioni povere per palati che sapevano apprezzare il poco, cioè il pane come base dell’alimentazione, che ogni giorno si fondava sulla pasta, e su formaggi, pomodori, olio. Solo settimanalmente, appariva la carne o il pesce. Anzi nei paesi di mare più spesso il pesce, perché allora costava meno della carne. Si tratta(va) di un regime alimentare povero, con calorie basse, ma con sapori ben identificati. Per esempio, l’olio era il prodotto più diffuso nel Sud, perché c’erano (e ci sono ancora) distese di uliveti.


LaSicilia«Così che il silenzio non basta, / bisogna raccontarlo, indicarvelo / col dito - un rumore / ininterrotto, / fermarsi: ecco. ». Esigue parole, delimitano, esatte, il perimetro espressivo della psiche. Esistere «in una parte infinitesimale delle mani». Esistere e toccare il vuoto capovolto dell’essere «Altro e identico». Vuoto, soccorre Cioran, come tentazione mistica, possibilità di preghiera, momento di pienezza. Vuoto che «ripara le pieghe dei nostri passaggi». Parliamo di “Varianze”, prima eccellente raccolta in versi di Maurizio Giudice, “Giuliano Ladolfi Editore” (collana “Perle poesia” n. 59, diretta da Roberto Carnero). «Giudice scolpisce, a lui basta uno squarcio di vita per spalancare orizzonti di significati - scrive con ragione Ladolfi nella nota introduttiva -. Il mondo interiore non viene espresso mediante un correlativo oggettivo né mediante la ricostruzione di un io lirico, ma nell’unione tra percezione sentimentale e mondo. Egli non descrive, giunge immediatamente all’immaginazione del lettore, lo coinvolge, lo provoca, non definisce, abbaglia e lascia negli occhi il chiarore per illuminare orizzonti che uno sguardo comune non riesce a vedere». Maurizio Giudice, catanese classe ‘79, ha conseguito la laurea in Scienze della Comunicazione e la specializzazione in Discipline Semiotiche. Pregnante il suo intervento intitolato alla poesia e alla possibilità della stessa di fare da mediatrice tra l’uomo,le “regole segrete della natura” e il silenzio che necessita di essere raccontato. «L’arte, la filosofia possono essere strumenti molto utili in questa prospettiva. Ne “La lettera rubata” di Edgar Allan Poe, quello che cerchiamo è davanti ai nostri occhi, ma non lo vediamo. Il pensiero buddhista riteneva che fossero le abitudini, gli automatismi della mente, a cui siamo aggrappati, a impedire la visione della realtà.

 


LeggereTuttiLogodi Bartolomeo Errera

Un eremo nel delirio della guerra, un ritmo fastidioso di tamburi lontani, la guerra che diviene realtà e copre ogni cosa. La morte creduta/da tutti lontana/marcia sradicata dalla vita. Tutto brucia in altro destino. I versi, questi di Boietti, sembrano interrompersi ad ogni pagina o, meglio, sembrano  terminare, come logica della poesia, al contrario continuano nell’altra pagina creando una teoria di continuità narrativa costruita su singoli versi e poesia senza interruzione di se stessa.


L’ultimo romanzo di Romano F. Tagliati, un  lavoro di duecento pagine pubblicato  a gennaio del 2016 dall’editore Giuliano Ladolfi, possiede alcune caratteristiche che non esito a definire rare nel quadro letterario dei giorni nostri: linguaggio sempre aderente alla psicologia del personaggio, attendibilità storica, genuina testimonianza della giovane protagonista che, senza mai montare in cattedra, lascia intuire la situazione morale e psicologica di un paese che, dopo vent’anni di dittatura, si trova ormai allo sbando. Un libro onesto, in cui sievidenzia la maestria dell’autore che, senza mai ricorrere a complicati artifici letterari, preferisce raccontare i fatti, rifuggendo la facile tentazione di lanciare anatemi, o di trasformare la narrazione in un resoconto poliziesco,  consentendo ai suoi personaggi la libertà di esprimersi con l’autentica semplicità del loro abituale linguaggio.


  1. DIALOGHI CON ME E CON I MIEI ALTRI su Avvenire
  2. DA MOMBASA A NEW YORK su La Vita
  3. CORPO MIO su Punto e Linea
  4. LA GIORNATA ALTROVE su Critica Letteraria

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