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È un libro di silenzi, di storie di silenzi che sono più eloquenti delle parole, questa raccolta di poesie di Alessandro Russo, intrisa di umori più che proustiani (potrebbe farlo pensare il titolo, Un tempo perduto), soprattutto pascoliani.

Un mondo che «ritorna come un fuoco mai spento», attraverso parole che «di un fanciullo / ne hanno fatto un uomo»: si può volere di più da una poesia se non che sappia dire quello che vuole dire, ossia la fedeltà a un nodo essenziale, al cuore del proprio essere adulti in presenza delle figure fondanti del proprio sistema morale? (Vincenzo Guarracino)

 

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Recensione su L'Avvenire 23/03/2014


SlaviaLogoMentre le rondini erano assenti, dal tetto scese a volo un passero, saltò verso il nido, si guardò attorno, agitò le alucce e si ficcò dentro; poi mise fuori la testolina e mandò un pigolio.

Un nuovo secolo si annuncia al mondo che, vissuta la seconda rivoluzione industriale, cambia velocemente e, attraverso le esposizioni universali, celebra il mito della modernità, del  progresso scientifico e tecnologico. Nel 1903 il sogno dell’uomo di osservare dal cielo il proprio mondo, che crede di aver finalmente sottomesso, il mito del volo umano, diventa una realtà. Nasce perfino un nuovo sistema di organizzazione del lavoro: il taylorismo. Di conseguenza nasce anche la catena di montaggio ed il movimento dell’uomo prende ad essere scandito dalla velocità della macchine. Il progresso tecnologico produce macchinari sempre più perfezionati e proprio per questo motivo esige la produzione di oggetti standardizzati da replicare in milioni di esemplari: è la produzione di massa, realizzata dalle masse operaie. Il progresso tecnologico trasforma l’originalità della creazione manifatturiera artigianale in  prodotto industriale e la rende per sempre solo e soltanto merce, il lavoro artigianale si trasforma in lavoro industriale e ciò lo rende, a sua volta, per sempre solo e soltanto merce.

 


RaiNewsBlogGiuseppe Carracchia è nato nel 1988 ed è cresciuto a Palazzolo Acreide. Ha studiato a Bologna, a Catania, dove si è laureato in Lettere Moderne con una tesi in Antropologia Culturale, e a Torino, dove ha conseguito la laurea magistrale in Filologia Italiana.

Tra i libri di poesia editi: ‘Il verbo infinito’ (Prova d’autore, 2010) e ‘La virtù del chiodo’ (L’arca Felice, 2011). L’ultimo, ‘Prova del nove’, è uscito per Giuliano Ladolfi Editore.

Suoi testi sono inseriti nell’antologica “Generazione entrante. Poeti nati negli Anni Ottanta” (Ibid., 2011) e in Post ‘900. Lirici e Narrativi (Ibid., 2015), e hanno ottenuto alcuni riconoscimenti (tra cui il premio Lerici Pea giovani, 2011).

ESTRATTI

Da: “Prova del nove” Di Giuseppe Carracchia, Giuliano Ladolfi Editore, 2015 (euro 15,00)

Dalla sezione PRESOCRATICA


Riscoperta dell’odio


farapoelogoSolo se hai un peso puoi volare: sulla nuova grande raccolta poetica di Giuseppe Carracchia

recensione di AR
 
 
Come Renato Serra e come suggerisce lo stesso Carracchia nel saggio-postfazione “Educare al silenzio. O Del cloroformio”, anch’io «… fantastico una critica che non sia soprattutto uno studio di opere, ma uno studio con opere» (p. 219).  Credo che una nota critica debba risultare da una immersione nel testo che si ha di fronte, che un critico debba “reagire” alle parole di un autore a partire dal proprio vissuto, dalla propria formazione culturale, in una parola, dalla propria antropologia, mettendola a confronto con quella suggerita, evocata, palese o implicita nell’opera. Il dialogo ha bisogno di creare una tensione “equilibrata” (l’autore parla di argillosità, cfr. p. 225) fra due poli/interlocutori, altrimenti si appiattisce o sul testo o su chi lo interpreta e risulta inficiato.
Io non sono un critico, ma quando scrivo qualche riga su altri cerco di attenermi a questo approccio, di ascoltare e di ascoltarmi, di pro-vocare un’opera mettendo appunto in gioco quanto evoca in me. Questo sa fare, con grande empatia e sensibilità, Vincenzo D’Alessio, ad esempio, poeta e critico dallo sguardo terso e acuto: con umiltà, lavorando ai margini e un po’ defilato (come l’Autore stesso di questa raccolta ammette di desiderare), offre sempre chiavi di lettura rivelatrici.
La prova del nove è un libro importante. Per Carracchia segna il raggiungimento di una maturità espressiva articolata e corposa che non teme di esporsi (agostinianamente, di “confessarsi”) anche se conosce le insidie di pubblicarsi: «Più l’apparato mediatico obbliga alla presenza, fornendo trucco e parrucco, più si fa forte l’attrattiva, o necessità della latitanza» (ivi).

LogoCriticaLetteraria"Questo per dire quanto / resta di qua della pagina / e bussa e non può entrare, / e non deve". Così, con questa epigrafe-summa di Valerio Magrelli, il lettore viene cautamente introdotto nel micro-universo poetico di Varianze (Giuliano Ladolfi editore, 2015); così, con un invito, pacato ma fermo, a muoversi in maniera intelligente e discreta tra queste pagine, rispettando le zone d'ombra e i confini di una parola poetica che, distante dallo 'squadrare da ogni lato l'animo nostro informe', per dirla con il Montale degli Ossi, "resta di qua" a mostrare i suoi limiti e i lividi di una fragilità che è, in fondo, umana troppo umana. 
La stessa scelta dell'autore, Maurizio Giudice (catanese classe 1979), di affacciarsi al panorama poetico nazionale con una plaquette di soli tredici componimenti, più che frutto di "una concezione di poesia, vicina alla filosofia buddista, come pratica contemplativa di quel vuoto che l'ensō, il cerchio della simbologia zen, circoscrive e da cui le cose s'affacciano", come scrive Giuliano Ladolfi nella presentazione, sembra modellata su un'esperienza vissuta e sofferta che denuncia, alla fine (o all'origine) di tutto, una mancanza dilaniante: "Ho chiamato tutti tranne quel numero, / è rimasto sulla punta delle dita, imperfetto. / L'ho composto cinque volte stasera, / era un modo per averla vicina. / Le costole, le clavicole, strappate ai tasti, sono qui, / in una parte infinitesimale della mani". 
Un'esperienza, dunque. Che certamente viene rarefatta da un esercizio stilistico molto riuscito di essenzialità e sottrazione della dizione poetica, ma che con altrettanta evidenza non può prescindere dalla dinamica reale sottesa a un incontro: qui, drammaticamente, con i "tuoi occhi vuoti / mentre parliamo d'altro", come si legge in un testo che, rovesciando non senza significato il nomen dell'intera opera, si intitola Permanenza. E infatti quando l'io poetico dà 'voce' a questo incontro, grammaticalmente sintetizzato da una prima persona plurale, è sempre per mettere a nudo uno iato incolmabile o una precarietà di istanti o anni che rivela un'estraneità: "Calcoliamo il perimetro degli oggetti, / lontano dall'abitarli"; "Spenta l'ultima lampadina, restiamo / con le dita attaccate alla notte"; "Abbiamo attraversato vent'anni, / ma non sono serviti a renderci familiari". 
 

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