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La varianza è uno scostamento dalla media, uno scarto.
Uno scarto tra linguaggio ed esperienza, tra normalità e devianza.
Una marginalità dal sistema produttivo, un fuori dall’ordine sociale del lavoro.
Una separazione della psiche disfunzionale dal mondo, dalle sue linee d’ingresso.
Una differenza nella scrittura in traduzione: una genetica della distanza.
Una periferia che non si fa centro, ma che ne è definita, attratta, in tensione.
Una tensione che, rotta, non ha più nomi, identità precise, ma deserto.

Sei poesie scelte da Varianze, Giuliano Ladolfi Editore, 2015


LogoPopesiaSpiritoCosì parlo di te e di me, provincia/ mio utero e Moloch di batteri e licheni,/ di statali artisti e giocolieri,/ ristoranti che urlano al taglio del cordone/ usuraio, magi che arrivano/ al momento della crocifissione/ per sperperare denaro/ e lasciare anziani davanti/ a una televisione senza eredi.

Nella sua prefazione alla piccola silloge di Enrico Barbieri dedicata alla Provincia, Giulio Greco parla di poesia civile. In realtà, benché il legame semantico con i luoghi e i temi della comunità territoriale sia tematico e dunque diretto, il rapporto dell’autore con la propria civiltà è capovolto. Queste poesie non esprimono l’anima dei luoghi vissuti e il respiro collettivo della propria esperienza nel suo dialogo con la terra nella quale si vive. Seguendo un percorso inverso, esterno-interno, sono i luoghi rappresentati che finiscono per essere segno e simbolo di come il soggetto percepisce se stesso e la realtà. L’unica civiltà che viene fuori in questa raccolta è quella interna dell’autore. Più che di poesia civile, oggettivamente estroversa, la Provincia di Barbieri è impressionista, introversa. Il paesaggio è solo il passaggio dal mondo esterno alla vita interiore dell’autore.

 


Nunu Geladze ha racchiuso nella pubblicazione in lingua italiana Vite e tralci. Antologia di poeti georgiani contemporanei (Giuliano Ladolfi editore, 2014) la storia e la civiltà del popolo georgiano negli ultimi cento anni.

Qualcuno potrebbe sollevare obiezioni sull’affermazione, eppure non temo di argomentarla. Noi conosciamo la grande cultura medioevale non attraverso le cronache o i documenti notarili, ma  attraverso la Divina Commedia di Dante, la quale, per usare l’espressione di un filosofo italiano Luigi Pareyson, non ha “descritto” il periodo in cui il poeta ha vissuto, ma lo ha “rivelato”, ci ha cioè  tramandato la Weltanschaung o visione del mondo, con cui gli uomini del suo tempo hanno abitato la terra. Nei suoi versi non troviamo soltanto personaggi o vicende terrene e ultraterrene, ma lo spirito religioso di cui era impregnata la cultura del tempo, improntata alle parole di San Paolo: «Videmus nunc per speculum et in aenigmate, tunc autem facie ad faciem» (ora noi vediamo la realtà non come essa è, ma soltanto riflessa in uno specchio e proposta a noi sotto forma di enigmi; quando saremo nell’aldilà la vedremo direttamente, senza mediazioni).

 


Il 2015 si conclude in bellezza con l’uscita dell’attesissimo romanzo di Lucia Ravera, scrittrice dalla scrittura elegante e introspettiva che vi conquisterà nella lettura di “CORPO MIO” Ladolfi Editore. Lucia Ravera, studi classici, laurea in letteratura russa, vive alle porte di Milano. Giornalista pubblicista, è attualmente responsabile dell’ufficio stampa e della comunicazione di un Ente pubblico. Svolge attività di copywriter free lance, ha insegnato in scuole secondarie di primo e secondo grado e partecipato alla redazione di riveste di critica letteraria. Ha pubblicato il suo primo romanzo nel 2008 “La storia finisce qui” con Ugo Mursia e nel 2012 l’interessante saggio “Le ragazze della scrittura” per Ladolfi editore.


logo GazzParmaCome dai tersi saggi che Giuliano Ladolfi pubblica su "Atelier" (la rivista che ha fondato nel 1996), dalla sua nuova raccolta poetica "Attestato" emerge il bisogno di affrontare la realtà senza riserve, col coraggio (quasi,direi, da cristiano delle origini) delle scelte schiette, totali. Cos'è necessario al poeta testimoniare? In primo luogo che il mondo in cui è nato e cresciuto, la campagna intorno al lago d'Orta, continua a esistere, benché cercare di gustarne ancora i sapori e lo spirito, abitando lontano dalle vertigini della Storia, condanni a una radicale "assenza", a una condizione, quasi, da spettro (una condizione che ricorda quella del Sereni prigioniero in Algeria mentre bruciava l'Europa).

Rivolgendosi a un interlocutore che resta celato, immerso a sua volta nella distanza, l'autore confessa di sentirsi esposto al vento delle aporie insolubili. Certo le figure, le abitudini, i riti dell’immemoriale passato (i santi del calendario, il senso della famiglia, il cibo, il vino, il lavoro, i rintocchi del campanile) sono ancora i “fili” d’un tessuto umano di umile bellezza, eppure oggi, nell'“universo parallelo” del paese, la verità si è nascosta, le parole hanno qualcosa di stagnante e perfino l'esercizio della poesia è arduo ("M'accingo ogni mattina, ma ogni lettera / abortisce sul bianco della pagina")


  1. "Prova del nove" su L'Estroverso
  2. "Varianze" su Via Lepsius
  3. "Un asino caduto dal cielo" su Libri In Pantofole
  4. "Abbiamo identiche mani" su EspansioneTv

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