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"Prova del nove" su L'Estroverso
“[…] esiste un libro che qualcuno ha scritto; ma qualcuno per averlo scritto non diventa quel libro. Sarebbe piuttosto auspicabile che un libro diventasse qualcuno, e cioè presenziasse se stesso, esistesse dunque (con qualcuno che ogni tanto possa anche letteralmente dargli voce), ma anzitutto ‘in silenzio’, e con tutta l’eloquenza che solo la pagina scritta, de-finita, è capace di sprigionare. E perché ciò avvenga è necessario, ovviamente, che qualcosa ‘si muova’ aldilà dei moventi. Un libro non risponde che a se stesso, o per meglio dire in sé, e scriverlo vuol dire anzitutto liberarsene, non giustificare. Significa liberarsi. Andare al mare. «Nuota dunque! Colpisci col capo quest’onda che si rovescia contro di te, con te si frange e ti rovescia».


Questa è una plaquette di 44 versi distribuiti in 13 testi: non lo scrivo per additare una sorta di stranezza o di singolarità, ma per mettere in evidenza con quanta determinazione l’autore abbia ridotto ai minimi termini il suo lavoro, scarnificando fino alla soglia del bianco totale della pagina la propria scrittura. In quarta di copertina si richiama la pratica contemplativa buddista del vuoto che ha nell’ensō (il cerchio della simbologia zen raffigurato in copertina) la propria rappresentazione; giusto e, da parte mia, farei inoltre riferimento a due concomitanti tendenze della poesia contemporanea, di cui l’una preferisce sfrondare fino all’osso la scrittura, in deliberata opposizione al rumore e al vaniloquio che vorrebbero sommergere ogni cosa e ogni pensiero. C’è sottesa una critica nei confronti di questa ridondanza, spesso vana o narcisista e i due versi che a pagina 13 aprono il lavoro sono inoppugnabili nella loro valenza concettuale:
Capita a volte di sottovalutare quel che ci accade. Capita, ad esempio, di partire per un lungo viaggio e dimenticare, strada facendo, la destinazione o il motivo di quel viaggio. Oppure che si parta per un viaggio brevissimo e ci si ritrovi, dopo tanti anni, ancora in giro per il mondo. Nell'un caso come nell'altro ci si adegua, bene o male, al mutamento di prospettiva, ma se ne sottovaluta la portata. [...] E se invece certe cose accadessero per scuoterci dal torpore o per indicarci la nostra vera vocazione o per avvertirci che il tempo a nostra disposizione è ormai agli sgoccioli?